Momò Calascibetta
Martedì, 7 Settembre 2010
[Hardcore phornograpy]
pompa nelle cave un sangue
alza le chiuse
si lascia in visione
(analitico osservare: lo sente come un tatto)
lui dentro a un buco
(in sempre maggiore apertura)
con parti in esteso
con parti slabbrate
(tane occupate in abuso)
l’occhio deposto e disperso
la mano orientale detiene la vista
palpando dà vita a piaceri visivi
e chi vede si sente in coazione di corpo
la pelle tirata
(un seme che punta la testa sopra una crosta e la bagna)
un calore in crescendo
violenta pulsione
natura in pre posizione (una forza estrema)
lui è passivo in rivolta
il senso si scioglie scompone
esibisce se stesso soltanto
singole parti (anche ingrandite)
in astratto formale
anatomia distillata:
erezione di un corpo fibroso
testa-corona di carne iterata
in sempre più veloce vibrazione
{apri le tue parti
{porgile in alto
{che si veda più dentro
{falle stimolare da protesi rotanti
innervate
semoventi
artificiali
in profonda comunione
con veri genitali
{raccogli da uno dei cavi (l’orale)
gli sfiati di un ventre
gli scroti
i capezzoli irti
le piccole labbra
le lingue
[intanto qualcuno provvede a infilare qualcosa tra le altre piaghe
(usa le dita in funzione precisa
del divaricatore)]
{rimani in assenza in protratta rotazione
{rilascia lo stesso pensiero sulla forma che si muove
(un’ossessione)
{dalle da mangiare
{a tua volta mangia
{sfrega a tenaglia la scia di un odore
{dichiara la resa
voltando la schiena a una luce
{tieni posizione di un cane che si stira
{prendilo nel corpo
(qualsiasi cosa impropria)
senza fare resistenza
{a tua volta sferza
con una piccola carne
una farfalla aperta
statuine vot
30.12.73
statuine votive in lacca dipinta
vengono messe furtivamente
prima di giorno ai crocicchi sporchi
impantanati, di questa periferia
non sono mai uscita così presto
a guardare, a girare, a guardarmi
nelle vetrine umide piove una pioggia
fredda dura che puzza di treno in ritardo
indosso un impermeabile sfatto
che è di mio zio sono vestita da schifo
un dottorino volenteroso e un drago di bronzo
antico e perfetto mi tallonano da un quarto d’ora
che vogliono? dovrei essere presa a calci
per non averti seguito a Tusa
ma so che è meglio così
mi cacceranno di casa prima che luglio finisca
in tasca, nella destra, stringo un luigi d’argento
Alla donna del popolo
che ha scacciato Attila da Palermo
Alla donna del popolo,
grassa, buttana, svergognata
con la pancia / forno di figli e
mappamondo usurato da uomini,
fossero anche, padri, zii, nonni…
Alla donna del popolo
disgraziata fimmina di Palermo
col cesso che sporge sulla cattedrale
e quando lei fa gas e materia
sfidando il prolasso uterino
spia la guglia monumentale
e fa filosofia alla buona.
No comment!
Alla donna del popolo
che ha le palle nella sventura
e accorre per prima quando c’è il morto da vestire,
e l’ammalato da lavare,
e torna una seconda volta, una terza volta,
perché il dolore è imparentato con la sfortuna
e non c’è visita che basti a consolare
un’altra donna del popolo come lei.
Alla donna del popolo braccio di mare
così come si dice per le donne di fatica
in città e fuori città.
Birbante, scollata, sudata e serva,
ma anche incollanata,
nella catapecchia/nave, coscia grossa
del regno afoso e para africano
covo di famiglia e vicinato che vi navigano e si bagnano
tutti intorno a lei che sta sbarcando il lunario.
Lei naticona tra sportelli del mobile aperti a magnificare
la santa come tabernacolo di una chiesa fai da te.
E va bene! E va bene!
Ma possa tornare all’inferno della miniera di sale
se gocce d’acqua di questo mare di scarico
schizzano sulle scarpe di Attila
da poco sceso dal Nord
a riedificare la misera Palermo.
Alla donna del popolo
con poco punteggio, fuori graduatoria,
fuori di casa, infima, ultima,
a terra, a terra, a terra…verme.
Addio mare! Addio assembramento di popolo
nel budello della città, grandi natiche e tanfo para africano
lardo para animale, pancia marcia di nave
e capitano para umano, puzza,
che tutto si butti via.
Alla donna del popolo
con la scorcia ancora rossa dell’anguria
nelle pezze del culo,
perché signore fino a quando
lei donna del popolo se lo porta come dote,
questo festino si può fare,
perché signore
fino a che la donna del popolo ha una grazia da chiedere,
questa santa all’altare ci può ancora stare.
Alla donna del popolo
donna/gallo del festino, grande becco
puzza d’aglio e stomaci di lumache
defraudata e sudata: Attila ha la casa lei no.
Smacco e prepotenza, sopruso, niente dignità.
Alla donna del popolo che succhia,
che succhia e risucchia,
e lo fa all’aperto, sfrontata, scannatela!
Alla donna del popolo
che non sparò e si fece parassita,
poca cosa, solo ribelle di serie b,
ma fu il giorno giusto-il momento giusto
ribelli di serie A assenti, morenti, riflettenti,
Attila vide solo grasso, miseria e se ne andò.
Alla donna del popolo
che alla fine ha fatto qualcosa per me…
6.
libagione d’àncora non so lasciarti
nel losco del tombino della storia.
Piccionipubblicità arrotati per spasso, palme decapitate dal punteruolo inox, avvoltoi di stagione al 30%, TANTI PRONTO SOCCORSO fatui, plastica dei sacchetti squagliata a microonde con scivolo su manto freddo delle mani, ombrelloni a caccia di gazebo, piste ciclabili su marciapiedi appena languidi, edicole con il mare transennato, pedane di termìte, pedoni che cadono o annegano o sprofondano tra le cosce bianche delle strisce pedonali.
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