Delicatezze.
1972
1- di lei ho già detto a me stesso che è più brava a leccare il culo che a tenerlo in bocca. sarà sensibilità dell’ano o eccitazione della lingua, al succhio la lingua è morbida, all’ano le papille si distinguono una ad una come ingordi microcazzi. ed è un piacere, mio re, mi creda.
2 - la prima entrata dopo giorni e giorni di astinenza le fa stralunare lo sguardo e velarlo. qualcosa di molto vicino a certe espressioni iconiche della fine del ‘500, di madonne è ovvio.
3 - urla e strepita che non lo vuole nel culo quando è duro. e i suoi urli e strepiti l’ammosciano un po. così, insistendo penetra meno dolorosamente ed entrando s’indurisce e s’ingrossa. e così, poi, lei, frenetica, lamenta il fatto che non glielo metto mai nel culo.
certe volte è dominata dalla paura di scacazzarmi addosso. allora, legati, ci conduciamo in bagno e ci guardiamo allo specchio
in genere finiamo col sentire freddo.
a lei intanto si piegano per la dolcezza le ginocchia. io non sono forte di braccia. si torna inevitabilmente a letto.
ma appare difficile variare. e non c’è molto da indagare.
resta da valutare la crescente e stupefacente e gradevole velocità del metterla e rimetterla dentro mentre lei si va inventando le posture meno comode e per me meno agevoli. e guardarsi analiticamente la cosa.
a un tratto dice ‘dovresti fare una fotografia li, ora.’
che lo dica a me pare meglio della fotografia.
niente peti alla folgore. sarà che questo mio cristo non è mostruoso.
4 - tutto normale anche quando le faccio male
( ) e mi fermo. dice subito ‘no, continua’.
se poi le faccio ancora più male ( ) miagola ‘oh cosi vengo subito se continui’.
5 - certo c’è l’esperienza diretta, si. farle fare le cose che ancora non fa. valutare la portata della sua docilità, delle faccende che più immediatamente l’accendono e come e perché e dove e quando.
spesso dimentico che a me non era mai successo, e allora m’annoio.
***