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Gualberto Alvino


Mercoledì, 8 Settembre 2010

 

Gualberto Alvino

Per nomina ad res

 

 

La pari competenza in materia di lingua e di letteratura contemporanea; la trasparenza del dettato fin nei più ardui snodi esegetici; la rinunzia a qualunque metodo precostituito che non sia la diretta interrogazione dei testi, il rigoroso accertamento documentale e la piena verificabilità d’ogni singolo asserto. Dal fausto connubio di questi ingredienti nasce Novecento plurale. Scrittori e lingua (Napoli, Liguori, 2007) di Maria Antonietta Grignani, opera preziosa non meno per il critico generale che per il lettore comune, in cui si prova in maniera evidente che - come ripetiamo ormai da tempo immemorabile - l’osservazione ravvicinata del tessuto grammaticale in ogni suo minimo ganglio può consentire una vista molto più generale e panoramica di qualunque altro approccio.

Il volume raduna studî sulla lingua degli autori apparsi dal 1983 al 2006 in varie sedi - riviste, miscellanee, atti di convegni -, organizzati in quattro sezioni rispondenti ad altrettante «posture» linguistico-stilistiche assunte dai narratori dell’altro secolo (donde la pluralità del titolo).

La prima, Polemiche e umorismo, è dedicata alle scritture «forti» di Carlo Emilio Gadda, Lucio Mastronardi e Luciano Bianciardi, intrise d’un umorismo che l’autrice induce a leggere come sintomo di un grave malessere esistenziale risolventesi in un attacco al cuore della cultura e della società contemporanea.

Nella Cognizione del dolore i mascheramenti latinoamericani dei topo- e antroponimi brianzoli hanno la funzione d’impedire, o quanto meno di offuscare, la riconoscibilità dei dati autobiografici e la feroce irrisione del regime fascista: sicché, per esempio, Longone al Segrino - il vero nome del borgo in cui era situata la casa di campagna dei Gadda - genera la «maschera linguistica» di Lukones, incrocio del lombardo lucoon ‘cretino’ e dello spagnolo loco ‘folle’, con probabile interferenza del nome di Leopoldo Lugones (1874-1938), poeta, giornalista e saggista celeberrimo a Buenos Aires negli anni argentini dell’Ingegnere; il nome del falegname Poronga traduce esattamente pirla, essendo poronga in Argentina un volgarismo per ‘pene’; dietro il Serruchón (in spagnolo serrucho ‘sega’, col suffisso accrescitivo -one) si cela il Resegone (in lombardo resga ‘sega’, a causa del profilo dentellato della cima).

Nel Calzolaio di Vigevano il dialetto non è pura macchia di colore confinata nel dialogato (come in Pavese, Pasolini, Testori), ma un morbo che contagia con pari, prorompente intensità diegesi e mimesi. Il narratore di Mastronardi, lungi dall’essere un mero interprete o trascrittore, indossa gli abiti linguistici dell’ambiente rappresentato, «si pone, insomma, dentro la storia come un cronista divertito, oppure in un gioco d’ammicco che dichiara la fine della tradizionale onniscienza; tutto preso a far delle ipotesi, ma pur sempre in situazione, tramite l’uso del tempo presente, i deittici, le interiezioni», gl’infiniti camuffamenti del dialetto, tra espressività e gestualità:

 

Sarà forse ben per levarsi questo chiodo, sarà tutto il tempo libero - sabato e domenica di fila, uhé! - sarà che le mediazioni conviene più, sarà i bei noli di altri, fatto sta ed è che si mise sotto un’altra volta, in un saloncino della Circonvallazione nuova, quel bel stradone, fatto che fare.

 

Nell’opera di Bianciardi il conflitto tra l’intellettuale di provincia e il Moloch dell’industria culturale si riflette nello scontro di lingue, dialetti, gerghi; «la rissosa abilità verbale si complica nell’incrocio di modalità discorsive contraddittorie, come l’abbandono autobiografico da un lato e dall’altro il citazionismo o riuso letterario, spia di dissociazione perenne tra sostanza e forma». L’operazione stilistica del narratore grossetano non si compie - come avviene in Mastronardi - entro il cerchio della mimica idiomatica, ma nel comico del discorso, tramite corrosive parodie e attentati alla grammatica che sottendono un’aggressione contro il bersaglio dell’astio.

Nella seconda sezione, dal titolo Oscillazioni e contrasti, si prova persuasivamente come le opere narrative di Federigo Tozzi, Tommaso Landolfi e Mario Tobino oscillino tra ossequio alla tradizione e incontenibili impulsi trasgressivi.

Nei romanzi Bestie, Con gli occhi chiusi e Il podere, Tozzi da un lato spezza la normale consecutio narrativa e l’eufonia periodale, dall’altro resta fedele ai tratti idiomatici senesi, sconfinando nel vernacolare.

Landolfi - non «ottocentista in ritardo», come ebbe a definirlo Contini, ma autore pienamente novecentesco - è dilianiato fra inquietudini ben moderne («dubbi sulla propria identità, impossibilità della naturalezza, irrisione dei divieti sociali») e tentazioni manieristiche, se non esattamente linguaiole, come dimostrano i participî presenti con valore verbale, i gerundî assoluti, i frequenti sovvertimenti topologici e la sofisticatissima strumentazione retorica messa in campo.

In una zona mediana tra mimesi dell’oralità e iperscrittura si colloca invece la prosa insieme classicheggiante e anarchica di Tobino, in cui la trasparenza lessicale convive con una sintassi emotiva, screziata d’aritmie e distonie.

Nella terza parte, Diacronie, la studiosa pavese si concentra sulle scritture della sottrazione e sul cosiddetto “stile semplice”. La prosa monotona e deprimentemente referenziale di Natalia Ginzburg è in realtà in grado d’innescare come poche altre una critica spietata della società italiana; mentre, col linguaggio basico, caotico e subnormale del protagonista di Notizie degli scavi, Franco Lucentini preannuncia l’«oralità del primo Celati e di altri narratori più giovani». Segue una ricognizione formale di Petrolio, in cui Pasolini giunge a teorizzare l’impossibilità della narrazione tradizionale.

L’ultimo capitolo, Scrittura e teatro, prende in esame le pièces della Ginzburg, fuori d’ogni letterarietà ma pronte a cogliere «nelle spie dialogiche del parlato usuale la crisi dei rapporti dentro la coppia e tra generazioni», e il teatro di parola antinaturalistico di Edoardo Sanguineti, basato essenzialmente sulla vocalità come «segno fisiologico del corpo».

Non un cenno, neppure di volo, ai campioni della narrativa d’oggi, e ciò vorrà pur significare qualcosa.

 

Da «Fermenti», XXXIX 2010, n. 235.

Momò Calascibetta


Martedì, 7 Settembre 2010

Mariangela Guatteri


Lunedì, 6 Settembre 2010

 

[Hardcore phornograpy] 

 

pompa nelle cave un sangue

alza le chiuse

si lascia in visione

(analitico osservare: lo sente come un tatto)

lui dentro a un buco

(in sempre maggiore apertura)

con parti in esteso

con parti slabbrate

(tane occupate in abuso)

 

l’occhio deposto e disperso

la mano orientale detiene la vista

palpando dà vita a piaceri visivi

e chi vede si sente in coazione di corpo

la pelle tirata

(un seme che punta la testa sopra una crosta e la bagna)

un calore in crescendo

violenta pulsione

natura in pre posizione (una forza estrema)

 

lui è passivo in rivolta

 

il senso si scioglie scompone

esibisce se stesso soltanto

singole parti (anche ingrandite)

in astratto formale

anatomia distillata:

 

erezione di un corpo fibroso

testa-corona di carne iterata

in sempre più veloce vibrazione

 

{apri le tue parti

{porgile in alto

{che si veda più dentro

{falle stimolare da protesi rotanti

innervate

semoventi

artificiali

in profonda comunione

con veri genitali

 

{raccogli da uno dei cavi (l’orale)

gli sfiati di un ventre

gli scroti

i capezzoli irti

le piccole labbra

le lingue

 

[intanto qualcuno provvede a infilare qualcosa tra le altre piaghe

(usa le dita in funzione precisa

del divaricatore)]

 

{rimani in assenza in protratta rotazione

{rilascia lo stesso pensiero sulla forma che si muove

(un’ossessione)

{dalle da mangiare

{a tua volta mangia

{sfrega a tenaglia la scia di un odore

 

{dichiara la resa

voltando la schiena a una luce

{tieni posizione di un cane che si stira

{prendilo nel corpo

(qualsiasi cosa impropria)

senza fare resistenza

{a tua volta sferza

con una piccola carne

una farfalla aperta

Nino Quartana


Domenica, 5 Settembre 2010

Gaetano Testa


Venerdì, 3 Settembre 2010

 

statuine vot

30.12.73

 

statuine votive in lacca dipinta

vengono messe furtivamente

prima di giorno ai crocicchi sporchi

impantanati, di questa periferia

non sono mai uscita così presto

 

a guardare, a girare, a guardarmi

nel­le vetrine umide piove una pioggia

fredda dura che puzza di treno in ritardo

indosso un impermeabile sfatto

che è di mio zio sono vestita da schifo

 

un dottorino volenteroso e un drago di bronzo

antico e perfetto mi tallonano da un quarto d’ora

che vogliono? dovrei essere presa a calci

per non averti seguito a Tusa

ma so che è meglio così

 

mi cacceran­no di casa prima che luglio finisca

in tasca, nella destra, stringo un luigi d’argento

Giovanni D’Alessandro


Giovedì, 2 Settembre 2010

Lina Prosa


Martedì, 31 Agosto 2010

 

 

Alla donna del popolo

 che ha scacciato Attila da Palermo

 

 

 

Alla donna del popolo,

grassa, buttana, svergognata

con la pancia / forno di figli e

mappamondo usurato da uomini,

fossero anche, padri, zii, nonni…

Alla donna del popolo

disgraziata fimmina  di Palermo

col cesso che sporge sulla cattedrale

e quando lei fa gas e materia

sfidando il prolasso uterino

spia la guglia monumentale

e fa filosofia alla buona.

No comment!

Alla donna del popolo

che ha le palle nella sventura

e accorre per prima quando c’è il morto da vestire,

e l’ammalato da lavare,

e torna una seconda volta, una terza volta,

perché il dolore è imparentato con la sfortuna

e non c’è visita che basti a consolare

un’altra donna del popolo come lei.

Alla donna del popolo braccio di mare

così come si dice per le donne di fatica

in città e fuori città.

Birbante, scollata, sudata e serva,

ma anche incollanata,

nella catapecchia/nave, coscia grossa

del regno afoso e para africano

covo di famiglia e vicinato che vi navigano e si bagnano

tutti intorno a lei che sta sbarcando il lunario.

Lei naticona tra sportelli del mobile aperti a magnificare

la santa come tabernacolo di una chiesa fai da te.

E va bene! E va bene!

Ma possa tornare all’inferno della miniera di sale

se gocce d’acqua di questo mare di scarico

schizzano sulle scarpe di Attila

da poco sceso dal Nord

a riedificare la misera Palermo.

Alla donna del popolo

con poco punteggio, fuori graduatoria,

fuori di casa, infima, ultima,

a terra, a terra, a terra…verme.

 

 

 

Addio mare! Addio assembramento di popolo

nel budello della città, grandi natiche e tanfo para africano

lardo para animale, pancia marcia di nave

e capitano para umano, puzza,

che tutto si butti via.

 

Alla donna del popolo

con la scorcia ancora rossa dell’anguria

nelle pezze del culo,

perché signore fino a quando

lei donna del popolo se lo porta come dote,

questo festino si può fare,

perché signore

fino a che la donna del popolo ha una grazia da chiedere,

questa santa all’altare ci può ancora stare.

 

Alla donna del popolo

donna/gallo del festino, grande becco

puzza d’aglio e stomaci di lumache

defraudata e sudata: Attila ha la casa lei no.

Smacco e prepotenza, sopruso, niente dignità.

Alla donna del popolo che succhia,

che succhia e risucchia,

e lo fa all’aperto, sfrontata, scannatela!

Alla donna del popolo

che non sparò e si fece parassita,

poca cosa, solo ribelle di serie b,

ma fu il giorno giusto-il momento giusto

ribelli di serie A assenti, morenti, riflettenti,

Attila vide solo grasso, miseria e se ne andò.

 

Alla donna del popolo

che alla fine ha fatto qualcosa per me…

Piera Bordonaro


Lunedì, 30 Agosto 2010

Marina Pizzi


Sabato, 28 Agosto 2010

 

6.

libagione d’àncora non so lasciarti

nel losco del tombino della storia.

Nicolò Rizzo


Giovedì, 26 Agosto 2010

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