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Articoli marcati con tag ‘Alda Pane’




Alda Pane


Mercoledì, 4 Agosto 2010

 

1.

E’ uno strano inizio.

Il vento tormenta il silenzio. Piove.

Qui, con questo strumento atteso, immagino la mia scrittura futura.

Quella dispersa a casaccio.

Le parole si disperdono, scappano, rendendosi invisibili, verificate dall’incertezza delle mie dita.

 

2.

Così sto tornando. Verso di me. Qualunque cosa significhi, facendomi largo tra le macerie, oltre la fatica e il dolore. Se potessi scegliere arretrerei. Fino a diventare un piccolo punto, silenzioso e invisibile.

Non posso scegliere non posso arretrare. Resto dove sono.  Tra due mondi. Uno mette in croce i miei giorni, l’altro esige le notti. Vivo a ore due solitudini.

Alda Pane


Giovedì, 20 Maggio 2010

 

essere metafisicamente stranieri

privi di radici

affrancati dalle pastoie delle appartenenze indistinte

cosa rimane a parte il suicidio

non abitare eticamente il qui c’è

il darsi unico e irripetibile del che c’è

l’indifferanza delle differerze

 

(la via nell’Etica di Spinoza:

abitare il puro che c’è

l’ossia il Sive

in metafisica inabitabile

per l’etica non pensabile

non deve esserlo

ma è abitabile)

Alda Pane


Mercoledì, 31 Marzo 2010

 

Infrangere specchi. Non so fare altro. La rottura di uno svela il successivo. Una teoria interminabile.

Parole-guida: così le credo e le uso.

Passo da una pagina all’altra del libro di Bach, da ogni parola guardo in me per sapere che ne ho fatto.

 

Il libro di Bach. Si, un numero imprecisato di essenze di fiori. Mille altri libri, numeri disseminati, non parole ma cifre, teorie di cifre, segni assoluti. Io sono l’imprecisato non numerabile. Veglio sulle parole.

 

(necessariamente mi impediscono di dormire)

Alda Pane


Lunedì, 15 Marzo 2010

 

Rimettere a posto adeguare. Adeguare è il presupposto di ogni controllo. Le lancette spostate. La necessità di comprendere. Comprendo bene il suo orologio in anticipo rispetto agli altri, così come comprendo bene i miei (quelli della casa, io non ne ho) che invece sono in ritardo. Anticipo o ritardo non importa molto. Quello che sta al fondo, la radice della manipolazione non muta nella sua sostanza.

 

Leggerò K. a Marilena (perché il suo orologio non va bene?), potrò ricavarmi un aiuto nella risposta (perché lo credi? il mio orologio va benissimo), soprattutto è il caso di leggerlo alla donna delle pulizie che si risparmia un’ora di lavoro senza fare risparmiare un’ora a me (perché esce dal suo tempo e entra nel mio?).

 

Essere imbrogliata diverte irrita incattivisce spudoratamente i miei pensieri scossi e strapazzati come fossero sotto una cascata di acqua allegra. L’incredibile è incredibile.

 

Le mie ingenuità sono frutti acerbi dell’albero dell’incredulità. Mantengono il loro stato acerbo per loro ostinazione e per mio difetto, nonostante le lezioni dell’evidenza, ripetute e insistite sino alla nausea, che avrebbero il compito di maturarli.

Alda Pane


Domenica, 7 Marzo 2010

 

E’ colpa mia. Sono io che guardo il mondo dal suo lato oscuro. Però gli giro intorno. Ogni volta credo di guardare un lato diverso. Ma è un imbroglio. In realtà il mondo gira con me, prima di me, così che ha già pronto lo stesso lato da mostrare ai miei occhi che arrivano.

Alda Pane


Venerdì, 5 Febbraio 2010

 

ll pensiero come animale. Lasciarlo.

Libero. Lasciarlo libero.

Lasciarlo.

 

Ciò che voglio è ciò che non voglio.

Essere il verbo essere.

Situarmi in una mia propria frase.

Nel posto più scomodo meno probabile.

In ciò che differenzia un verbo da una congiunzione.

L’accento, lo scivolo su una vocale.

Un punto appena più lungo di un punto.

Inclinato insicuro.

 

Non sono un cinese e non sto tornando a casa.

Alda Pane


Giovedì, 21 Gennaio 2010

 

Il laboratorio. E’ al centro di un deserto. Tutto è sabbia lì dentro. Ogni pietra, ogni gesto.

Da lì bisogna camminare a lungo per raggiungere il resto del mondo, fosse pure la porta di casa.

Altrettanto lungo è il cammino a ritroso, per tornarvi. L’assenza lavora a sfavore.

Al ritorno ogni pietra, ogni strumento, ogni gesto,  è sabbia tutto quanto.

La sabbia è tornata sabbia. Il mio lavoro si è come sciolto. Occorre rifare tutto, a ogni ritorno.

Rifare ogni pietra, ogni strumento, ogni gesto.

A volte si ha tempo solo per questo, prima di un nuovo abbandono.

Il laboratorio lavora.

La sabbia.

Il vetro.

I numeri.

La sabbia segna il tempo.

E’ orologio. Un’unica sfera di vetro (il vetro del laboratorio ha la particolarità di non essere nemmeno vetro, di avere del vetro solo la trasparenza) e dentro ha la sabbia.

La sfera è in moto perpetuo. Circolare. La sabbia si muove all’unisono, ciascun granello compie il suo movimento con tutti i granelli dell’intero deserto, nessuno si stacca dagli altri per cadere o giungere prima.

Così è immaginato il tempo nel laboratorio.

Il tempo registra e segna una specie di infinità.

Alda Pane


Sabato, 9 Gennaio 2010

 

Quando cammino, sfinita e stralunata, tra la mia stanza e la notte, in fondo poco meno di due passi, mi domando perché occorra l’intera notte per percorrerli. E questo ancora è niente, perché, infine, nonostante l’innegabile fatica, mi rendo conto di non essermi nemmeno mossa e, quel che è peggio, che stanza e notte non esistono. Dileguati sotto i miei passi, cammino e scomparsa coincidono: e forse non dormo per questo, perché coincidono, e se dormissi non avrei più dove svegliarmi. 


Alda Pane


Venerdì, 27 Novembre 2009

Walnut (dal libro su):
Se nello stato Walnut si
può parlare di un errore della personalità, questo sta nella temporanea confusione e nella reazione ritardata agli impulsi dell’Io Superiore. Da una parte si è aperti verso la propria guida interiore, dall’altra ci si lascia distrarre.

 

Questa parte la trascrivo perché in questo momento l’idea di questo Io Superiore sono io.
La mia figura.
Di lui, ritengo, dovrei avere un’immagine da iconografia classica: un vecchio calmo e sereno, bianco e barbuto, occhi severi, intelligenti, il tutto immobile, imponente, aura di saggezza ultraterrena, credo di doverlo fare essere così.
il mio d-io perfetto e irraggiungibile, ma la tentazione va in tutt’altra direzione e mi trascina mio malgrado, ponendomi di fronte alla fantasia di un essere di età indefinibile, avvinazzato e scomposto, molto sporco e trasandato, occhi offuscati e maliziosi, ripugnante che caracolla da una bettola (superiore) all’altra, additandomi ai suoi compagni e schernendomi perché è causa dell’insopportabile odore dell’alcol e dei suoi rapidi continui spostamenti non sono capace di stargli dietro, di mantenere il contatto. Ride finché non si incazza, perché per il mio ritardo è costretto a a fermarsi e a ridere di me e così a rallentare il suo ritmo di movimento e bevute così che l’astinenza involontaria gli secca la gola, lo sforzo di ridere gliela irrita e allora lo stato Walnut negativo non è più propriamente l’errore - mio - con cui è iniziato ma la vendetta - - sua - in cui si è trasformato.

Alda Pane


Giovedì, 22 Ottobre 2009

Una bocca è un rifugio. Benché non sia affatto un rifugio. Mi accoglie, questo sì, tanto più mi espone tanto più mi accoglie. Io potrei domandare all’infinito e all’infinito si farebbe ciò che si fa delle mie domande, non si da loro risposta, questo no, non si finge e non si inganna, dunque non si risponde. Le si prendono naturalmente in sé, le si acquieta, le si confonde, ci mettono tempo a difendersene, a capire che le si imbroglia. Povere domande. E mi lamento che tornino in quel modo e subito scappino di là a infilarsi nell’armadio dei travestimenti per uscirne subito dopo,
stesso travestito d’altro che tenta di imbrogliare, a sua volta, un’altra volta?
Tanto non gli va bene. Possono camuffarsi, cambiarsi infinite volte d’abito e d’aspetto, mai gli va bene.
Comunque non è come penso: non sono io che ho le domande, che le faccio e continuamente le travesto per farle ancora: le domande vanno in giro da sole, a modo loro, a tratti, assumono forme, ora notevoli, ora insignificanti.
Il mio armadio dei travestimenti è una loro invenzione. Come lo sono io, forma d’occasione.

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