4 colpi
Corse, corse così tanto che gli sembrava di avere lo stesso passo di Pit, Il suo cavallo baio, che non è un nomignolo anglosassone, ma soltanto il diminutivo di “pituleri” che in sardo significa vagabondo, ma lui lo ha sempre interpretato come “uomo libero” , anche se suo padre usava spesso quel termine per rimproverarlo.
Saltava rocce, cespugli come solo con lui aveva fatto, inspirava così forte che insieme all’aria di cui aveva bisogno sembrava volesse raccogliere tutti quei profumi e odori, dal cisto al letame di pecora, dall’odore di quercia al sughero appena tagliato.
Il primo colpo lo prese in pieno ventre e gli ricordò di quando con Pit e un gruppo di amici, tutti a cavallo, fecero un’escursione nelle campagne di Nurighe con un lauto pranzo a base di pecora bollita e tanto vino rosso, di quello che lascia l’impronta nel bicchiere e nelle budella, per poi rimettersi in viaggio con lo stomaco che a ogni passo del cavallo sembrava volesse a tutti I costi separare il vino dalla carne.
Lo stomaco gli bruciava come allora e come allora vomitò.
Appena sentì il secondo colpo sulle spalle, si ricordò di quando suo figlio, durante I festeggiamenti per la madonna assunta di cui era quell’anno l’obriere maggiore, gli si aggrappò alla schiena all’improvviso, facendoli male con le sue unghiette, caddero sull’asfalto della piazza principale del paese ma, nonostante in un primo momento pensò di doverlo sgridare per avergli fatto sporcare il vestito per la festa, che era solo una scusa perché davvero si spaventò, continuarono a giocare, anche lui come il suo bambino, per tutto il pomeriggio. Quella sera come premio gli comprò un palloncino di superman, zucchero filato e anche del buon torrone che nelle feste paesane non manca mai.
Il terzo lo beccò in pieno viso e quei pallini di piombo gli sembrarono tanti baci caldi della moglie, sentì il suo profumo, la sua voce sempre tranquilla, le sue mani gli accarezzarono i capelli come il giorno del primo bacio e sentì le stesse dolci vibrazioni in tutto il corpo. Quel pensiero sembrava volare e per un attimo si fece luce e allora vide quelle macchioline rosse che crescevano sulla maglietta scura, come quando il giorno del loro matrimonio gli tirarono riso, grano e petali di rose rosse. Pioveva e quei petali gli si attaccarono all’abito come se la pioggia fosse diventata colla.
Il quarto fu l’ultimo, neanche sentì dove lo beccò perché in un attimo si spense la luce, il buio arrivò come un onda e lo portò lontano, così lontano che si ricordò di quando “sa mastra ‘e parthu”, così si chiamava l’ostetrica, perché allora tutti erano maestri in qualcosa, acchiappò la sua testa, lo tirò fuori sporco di sangue e, tenendolo poi per i piedi a testa in giù,
sembrava più un capretto pronto per essere immolato piuttosto che un nascituro.
Solo allora pensò a quella persona che, fermo e sicuro, credeva di scaricargli addosso tutto il suo odio e la voglia di morte, pensando che con quell’arma potesse essere anche lui maestro in qualcosa, maestro e portatore di morte.
Ma pianse … e fu vita.
Come allora gli sembrò di sentire il caldo del liquido materno, tirò su le ginocchia al petto, in quella posizione che ben conosceva e fu come essere di nuovo in sua madre.
Fu luce