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Archivio di Febbraio 2010




Luciano Mazziotta


Domenica, 28 Febbraio 2010

 

 Diminuitivi

 

A forza di ridurre e di sottrarre

resta ben poco: vocaboli affettivi

senza affetto, vezzeggiativi

privi di alcun vezzo e i diminutivi

che colgono ogni aspetto della vita

                                                       per difetto.

Ogni prova è provino e ogni camera

è camerino in cui inscenare

una sparizione per ossido-

riduzione, nell’ansia di accorciare

le distanze con chi o con cosa

è superfluo saperlo, basta

ridurre i tempi di percorrenza

o non percorrere affatto. Così

ridotti da comparire in riviste

criptozoologiche, quale grandezza

potrà ridarci corpo? Quale

misura renderci all’altezza?

Quale volume riempirci di spessore?

Quale tumore di diminuitivi

partorirà animali non più nascosti

                                                     ma attivi?

Momò Calascibetta


Sabato, 27 Febbraio 2010

Maria Grazia Galatà


Venerdì, 26 Febbraio 2010

 

 

nutrono specchi
le onde che danzano

poggiando l’occhio
al cunicolo
lungo sino alla morte

in corsa

abbi riguardo
dei tuoi sconnessi abissi
di coscienza

esclamazione !

PierEugenio di Malta


Giovedì, 25 Febbraio 2010

Carola Susani


Mercoledì, 24 Febbraio 2010

 

Qualche tempo fa mia figlia di un anno muovendo allegramente braccia e mani rotondette mi ha ficcato l’unghia nella cornea. È un dolore subdolo, all’inizio sembra una sciocchezza, ma cresce a poco a poco fino a diventare insopportabile. Mi ha fatto gridare e piangere anche in pubblico. Mi sono decisa ad andare al pronto soccorso. Al Policlinico. Al Policlinico ci arrivo in tram, dieci minuti, un quarto d’ora, perciò anche lo apprezzo, non devo neanche chiamare un taxi. Dopo una mezz’ora di attesa mi hanno disinfettato e messo una benda. Solo che il dolore invece di attenuarsi è peggiorato. Non mi sono allarmata, ho pensato che fosse normale almeno in un primo momento. Ho preso il 19 per tornare a casa. Era molto pieno, e il dolore era pesante. Mi sono sistemata in un angoletto tra la macchina per i biglietti e la cabina di guida. Piangevo, a volte mi veniva fuori un lamento, ma stavo così male che non mi imbarazzavo affatto. L’odore di vapore e corpi saliva intenso. Dietro di me un tipo ha cominciato a strusciarsi. Non ho reagito, mi sarò mossa appena verso il vetro. L’uomo si è preso di coraggio e ha cominciato a palpeggiare. Non avevo nessuna energia per reagire, lui e l’intero tram coi suoi abitanti per me erano lontanissimi, in un altro mondo. Poteva strusciarsi o fare la mano morta per tutto il tempo che voleva contro il mio cappotto. Non me ne importava niente. Di tanto in tanto gridavo per le fitte, sbattevo la testa contro il vetro o stringevo i denti. A un certo punto credo di aver intonato un lamento, continuo, monodico. L’uomo dietro di me si è un poco ritratto: - Si è appena operata? - mi ha chiesto - Faccio alzare qualcuno? Non vuole magari mettersi seduta? L’aiuto? - Con le poche forze che avevo ho declinato, ma intanto mi è cresciuta in corpo un’ilarità, un’allegria che si è aggiunta al dolore e mi ha accompagnata almeno fino a casa.

Giovanni D’Alessandro


Martedì, 23 Febbraio 2010

Francesco Gambaro


Lunedì, 22 Febbraio 2010

 

La lingua si calò nello stomaco

Lo ripulì perbene

L’epilettico non le fu grato irritato

Risalita in debito di fiato

La tranciò per dare piacere ai denti

Un saluto di amicizia dimezzata

 

La mezzalingua scodò un poco

Labbra e barba insanguinate sputarono

Il gatto se la giocò tra le zampe

L’epilettico in un rigurgito affogò nel suo sangue

Il cane lo guarda di sasso senza abbaiare

La luce entra spenta a passi scodinzolando

Nino Quartana


Domenica, 21 Febbraio 2010

Francesco Canino


Sabato, 20 Febbraio 2010

 

ESTRATTO DA: “DENTRO FA PIÙ CALDO CHE FUORI”

 

[...] Capisci che sei stanco quando buttar giù lo shot è faticoso.
Capisci che sei depresso quando quelle cose che normalmente ti piace fare non ti stimolano più.
Capisci che sei fottuto quando certe cose le fai per forza o non le fai più per niente.
Capisci che sei vivo quando ci sono cose che ancora devi avere, anche quelle che non puoi avere e che forse non avrai mai.
Capisci che sei fortunato quando, anche se lei non dorme nel tuo letto, stanotte, ti sta comunque pensando o sognando.
Capisci che sei veramente libero quando non cerchi di capire, perché tutto semplicemente è, e tu ne sei parte, ed allora sarai tu a dover essere capito, perché sei tutto ciò che sei, e se non dovessero capire, che andassero pure a farsi fottere!
Chi ha realmente capito chi o cosa?
Presunzione dell’aver capito lo stato d’animo di un altro individuo? Leggere gli scritti di un poeta, o guardare la foto di un kamikaze? Gli occhi di un clochard, magari plurilaureato, ma nessuno lo sa, ricco e rispettato prima di regalare il proprio lume al dolore per la moglie svanita?
No. Non ci credo.
Empatia, forse, affinità, anche. Ma il nocciolo, intendo il vero nucleo delle voglie, delle speranze, dei sogni, dei sentimenti, della gioia, delle sofferenze altrui… a qualcuno gliene fotte davvero qualcosa?
Il nostro egoismo innato, il nostro spirito di autoconservazione, l’epoca veloce ed i valori cinici, nuovi ed antichi, possono davvero far sì che ognuno di noi condivida gioie e dolori con i propri simili? In perfetta sintonia, pienezza e purezza e sincerità con qualcun altro? Non c’è forse, in un angolino del nostro dna, quel germe che gode della sofferenza altrui? Quante volte l’essere umano ha l’istinto di ridere in un momento catartico, mentre qualcun altro soffre pene pesanti?
Spesso siamo come i gatti.
Animali sacri, ma che si respingono a vicenda quando l’uno o l’altro sta male o appare “diverso”.
Il sano respinge il malato. Il “normale” respinge il “diverso”.
Io non trovo il freddo in questi rapporti. Io trovo il caldo, quello che ti rende nervoso, o fiacco, ma che fa nascere la necessità di spazio, di lontananza dagli altri corpi.
Ecco perché, dentro fa più caldo che fuori. [...]

 

 

 

 

Emanuele Diliberto


Venerdì, 19 Febbraio 2010

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