Gaetano Testa
Venerdì, 31 Luglio 2009
Il Frammento III
- forse abbiamo guadagnato, proprio ora, un punto. se scrivi è la scrittura che fonda la leggibilità ma sei tu che costruisci, se ce la fai, la chiarezza. così, in effetti, una scrittura, per agire, in quanto scrittura, cioè dato che viene da qualche parte per qualche ragione, deve essere sempre una chiara scrittura. la sua leggibilità è soltanto il contenitore della sua stessa chiarezza. - la scrittura infatti non è patrimonio della pietra o del. essa discende naturalmente da una somma organizzatissima di artifici e di ‘naturalezze’. qui il processo, se non s’inceppa, se non scarta, non porta a nulla: la scrittura è un contenitore vuoto. se (diciamo) balza via da se, alterando la naturalità del suo scorrere, del suo esserci, allora porta chiarezza, allora è il riferimento insormontabile dell’esserci e dell’agire di qualsiasi scienza dell’esserci e dell’agire.- nei fatti, però, non sai più dove si trovi la chiara scrittura. il contenitore si è tanto evoluto che può sempre apparire ed essere pieno.
la scrittura ha raggiunto tali livelli di indipendenza automotoria e autogenerativa che tu puoi fare a meno di scrivere.
- in effetti il frammento è una forma di non-scrittura.
come puoi organizzare in chiara leggibilità il non?
anzi, il NON-?
- a questo punto il falso, l’errore: si sono scatenati
così, prima di procedere e vedere come sia possibile organizzare in chiara leggibilità il non-, controllerai se è attendibile sostenere che ‘il frammento è una forma di non-scrittura’.
- ‘il frammento è una forma di non-scrittura’
mi sono proposto di osservare la piccola parte di un tema, un soggetto, abbastanza suscettibile di farsi, e probabilmente di essere, inconsistente: rinvenire un qualche criterio, anche minimamente soddisfacente, di organizzazione di materiali di scritture in più modi tra loro non armonici.
mi propongo ora, se possibile, di sprofondare, di affogare in un cubo d’acqua.
- che cos’è la non-scrittura? un modo emotivo di designazione di materiali scritti e (orali) ?
in effetti la non-scrittura non c’è. non ammetto che ci sia, che possa esserci. non tollero intrusioni metaforiche.
‘intrusioni’?
- a questo punto sento che non saprei più scrivere.
’sento’?
semplicemente, non mi riesce di pensare in forma proposizionale. non riesco a pensare.
- arrivo qui, seggo, voglio scrivere, voglio continuare quello che ho cominciato l’altroieri. non ce la faccio. perché? le voci nell’altra stanza? il freddo? una caduta di convinzione? è possibile. è soltanto possibile. nient’altro che una possibilità - mai soddisfacentemente controllabile.
- una ‘non-scrittura’ da più soddisfazione. dal ‘mai’ al ‘non’ esiste un salto di progettualità singolarissimo.
una non-scrittura me la decido e me la definisco tutta io.
se ciò mi contenta posso poi negoziare, con chiunque, qualsiasi ipotesi, ottenendo frutti.
il ‘mai’ è antipatico. simile al ’sempre’, imporrebbe una pazienza infinita e quasi senza scopo
- presumo che la insistita pratica del frammento suggerisca un territorio ‘di mezzo’ diverso da quelli proposti e dalle tecniche e dall’immaginario.
in effetti, non da oggi, mi muovo in difesa tra questo ‘le cose così come sono’, che non mi piace, e quello ‘dovrebbero essere così e cosi’.
la mia capacità d’osservazione è anticipata dalla rapidità degli accumuli.
le mie necessità selettive non trovano più nulla su cui esercitarsi.
descrivere, con la massima spinta metonimica, non porta a nulla.
spiegare è da vaccari.
rimescolare e buttarla giù come viene è paradossalmente tautologico.
il ‘frammento’ è persuaso di poter arginare questi processi.
dispone di una metafisica delle intenzioni.
- ciò può significare, se attendibile, una sconfessione, brutale, del proposito di questi appunti: indifferenza sottocutanea del ‘frammento’ tanto all’esserci del criterio quanto all’imperversare dell’organizzazione
il frammento denuncerebbe una continuamente-diversificante (autodiversificante) logica della scrittura (logica del pensare, dell’immaginare, etc.).
nuovo costume della (solita) logica?
nuova logica del (solito) costume?
oppure, l’abitudine ha guadagnato il largo. abbastanza naturalmente è ormai diventata troppo diversa da quello che siamo ‘abituati’ a saperne.
non sappiamo più nulla di ciò che andiamo facendoci (forma di non-scrittura).
(sarà per tale ragione che all’improvviso mi sono messo a leggere ‘della certezza’ di wittgenstein - interrompendone però presto la lettura.)
definizione del frammento
- il percorso, in questi ultimi decenni, è stato piuttosto semplice: dall’insieme ben legato alle particelle in fuga agl’insiemi minimi instabili.
il frammento è un insieme minimo instabile.
dalla ‘coscienza’ alla ‘polverizzazione della coscienza’ alla ‘coscienza continuamente interrotta’.
dalla 2ª guerra mondiale ai ‘boom’ più o meno fittizi alla restaurazione settoriale.
senza infierire poi tanto con tale squalo d’ideuzza, si può sostenere che non c’è stata forma di comportamento e di consumo che non abbia compiuto lo stesso percorso: la simultaneità unifica le intenzioni le forme, livella gli apparati.
ovunque la stessa risposta.
il che è maledettamente allucinante.
perché, infine, non è affatto sorprendente il tasso d’imprevedibilità che separa il momento successivo de quello precedente. ciò che da spettacolo, che sconvolge è, sempre, la tendenza al riordino inclusa nel dato generalissimo della simultaneità. i grandi eventi, i personaggi guida, gli oggetti irriducibilmente alieni, di periodo in periodo, hanno smesso di esercitare quella funzione che si associa all’eccezionalità. essi, sempre più, hanno adattato la loro qualità alla strategia del simultaneo.
- se si ha necessità di momenti-chiave, di alternativa, la condizione della memoria, allenata e cresciuta con le variabili del consumo e del consumo riflesso, soccorre in tutto. sicché tale necessità si è squalificata diventando una risorsa come le altre, utile e ovvia come qualsiasi capacità.
eppure all’interno di tale forma di disastro si attuano distinzioni non meno divaricanti e vitali di quelle che, in momenti felici, volano in piena luce fissando per tutti durate, qualità, energiche successioni di spinte e contendendo così alle intenzioni e alle leggi, naturali e non, spazi di possibilità.
all’interno del frammento opera, con altri, un potenziale di questo tipo. c’è una gara in atto tra quanto si compie nella fisica delle particelle e quanto si tenta con l’energia della parola scritta. siamo tutti persuasi che in tale luogo si possa cumulare il senso dell’attività dal millennio.
che è poi soprattutto ciò che tutti vogliamo.
il disastro si fa completo.
- isoli, senza farlo morire, il frammento. e nel momento in cui ciò succede riduci sensibilmente il tuo ’spazio di manovra’.
qualcuno, per esorcizzare questo pericolo, afferra per i capelli spazi e tempi più o meno lontani, li acconcia e li (ri-)espone. trascurando l’indicibile invadenza della provvisorietà. e rende così abitabile l’asfissia.
ma qui è rilevante il fatto che esistono frammenti non isolabili, non definibili. e che pure rifiutano qualsiasi connessione.
frammenti di definizione
- il ‘qui è rilevante’ è semplice prescrizione emotiva. ciò che scrivo, se poi sono disposto a mostrarlo, se lo lascio mostrarsi, è sempre intenzionalmente rilevante.
strana rilevanza, si sa già che non sposterà un’acca del pensare, del fare e di ciò che essa stessa intende di se attraverso la propria cosa. ciò, comunque, non significa confermare l’elemento dommatico dell’esserci di ciò che c’è. ed è ancora più strano. significa soltanto che cosa e cosa, cosa e attributo, punto e linea, etc., che lo vogliano o no, con e senza il ns placet, si accompagnano.
se isoli la cosa, la uccidi, diviene altra cosa. può darsi che fosse già altra cosa nel momento stesso in cui ti disponevi a isolarla, in cui si disponeva, per te, isolabile. non è male che tu abbia una leggera inclinazione al ringraziamento. con un po di buone maniere ottieni un’ottima difesa dalle cerimonie, dai riti. esse smontano le fauci acuminate che ora mostrano di gradire il galateo delle parole e delle dita.
spesso, però, ringraziare significa controfirmare, omologare, farsi vessillifero. e spesso è proprio così. dunque lo ’spazio di manovra’ di ogni micronumero, di ogni microparte di parola, è reso enorme dalla qualità (e necessità) dell’intendere. muovere, di volta in volta, una o più montagne è esattamente l’esercizio richiesto dai tuoi muscoli. niente di più.
- se, pensando al frammento, a un certo punto finisci col riferirti a tutta la produzione non soltanto scritta, l’idea non soltanto non si illimpidisce ma neppure si altera: diviene di molto più pesante, è una montagna di montagne. se non altro non hai più necessità di farti microscopio per continuare a infastidirla e a infastidirti.
c’è in ciò una conquista corporale non secondaria. si può persino trovare che il normale stato di densità dell’energia con cui stai trattando è esattamente in tale numero. e così se ciò che è, è in ciò che fa, ciò che fa, per esserci, deve necessariamente esibire requisiti indipendenti dalle possibilità dell’intendere, non suscettibili di ricatto strumentale e inesauribili. il ‘vaffanculo universale’ diventerebbe una dottrina oggettivamente rispettabile. in effetti in più modi lo è già. il più fragile di tali modi è la pratica del frammento. il più arrogante: la rinuncia sistematica alla pratica del frammento. non c’è settore dell’attività istituzionale dove non sia possibile verificarlo - con le stesse implicazioni prospettiche…. una frammentata e frazionata attività sindacale trova le sue sole ragioni di sopravvivenza nell’immediatezza, nell’onestà, nella chiarezza: le ragioni tipiche della debolezza. un forte governo è tale quando è omogeneo, gode di maggioranza sicura in parlamento, piega i deboli. ecc. poi quasi per definizione, fuori dalle istituzioni, non c’è attività degna del nome. tutto accade in forza delle istituzioni. infine, le istituzioni stesse sono la più arrogante pratica storica del frammento. e queste, però, sono osservazioni che non portano a nulla.
il nostro frammento, affannosamente, sta cercando di rifiutare tali connessioni.
- ‘i cocci della mia vita’, fin qui, non possono essere raccolti, per essi non c’è un contenitore. la patetica constatazione è questa. e mi incoraggia a proseguire.
autobiografia casual
(ne avrò già tentate 6 o 7, forse 7, preferisco il 7)
nelle esitazioni dell’inizio, per un attimo, ho pensato di essere nato in parlamento, a montecitorio. subito dopo, stuzzicato da tale eventualità, ho cercato di vedere se nei miei ricordi ce n’era uno che confermasse tale sospetto. niente. non c’era. ma intanto il fatto di essere nato a mistretta il 5 gennaio 1935, da salvatrice mazzarella e da sebastiano, alcuni minuti prima che giungesse la levatrice, aveva perso interamente la sua relativa importanza.
- il parlamento (l’aula parlamentare) in cui, per motivi che ancora mi sfuggono, sono nato, esiste solamente nell’emozione platonica che, di tanto in tanto, si accompagna a certi quesiti che mi pongo. ‘dove sei nato’ è uno di questi. un altro: ‘perché fai così?’
un’aula, sufficientemente vasta e significativa, che io sappia, non c’è. un hangar della lockeed non basterebbe, io sono troppo dettagliato, fin dall’inizio.
trovo che potrei essere nato in una tra la più grandi e pienamente attive raffinerie di petrolio e di prodotti petroliferi. in un certo senso, infatti, per il 78% io sono composto di petrolio e dei suoi derivati.
questa considerazione mi pare pertinente in più modi, quello che qui più mi persuade è questo: che fintantoché mi capitava di pensare che i miei costituenti fondamentali fossero l’acqua e il sole, non avevo esitazioni ad assumermi il mistero del luogo, anche cartaceo, della mia nascita: a casa di mio padre, a mistretta. le esitazioni, le perplessità, le aure platoniche arrivavano dopo, a cose fatte.
a questo punto non mi ferma più nulla. e affermo: un’autobiografia è sempre casual, e: non c’è casual che non sia petrolifero.
metafore? beh, non la sento più come minaccia, la metafora. metafore, si, cioè: pezzenti che mi servono con illusa sollecitudine. dopotutto, cosine vive, come vivo sono io, anch’esse petrolifere.
il petrolio ha dunque disinvoltamente risolto una questione su cui acqua e sole hanno vanamente consumato la loro via meglio sedimentata: rendere biodegradabile con l’identico processo realtà e metafora. in questo senso quell’emozione, di cui dicevo sopra, è platonica.
- gran parte della mia esistenza, così, è stata sovraintesa dalla produzione platonico-petrolifera. ed è stata, dopotutto, un’esistenza abbastanza comoda, abbastanza blanda, abbastanza biodegradata. constatarlo non mi costa proprio nulla. nulla .
prima, in modo lirico e sulfureo, poi, con gli anni, non so se per maggiore penetrazione o per naturale sopravvivenza, e comunque (è questo quello che voglio dire soprattutto) sempre: ho considerato platone un disastro tettonico. sicché mi sono sviluppato quasi per intero lungo l’interminabile frontiera della catastrofe. senza aver mai letto thom, alla sua prima comparsa nella stampa, ho subito solidarizzato coi suoi umori.
ho però avuto molta fortuna: figlio di sottoproletari, automotorio nel dopoguerra, a giocare con la teppagliola tra le magnifiche rovine di una città allora sconosciuta, la voce paterna che mi pervade con le sue citazioni da carducci e da smiles, l’uomo mascherato e lo shakespeare illustrato della scala d’oro, fumetti e letteratura, timidezza soprattutto con le coetanee, esercizi gorgiani alla chiacchiera con i maschietti sul destino dell’uomo e del pianeta.
gl’incontri, via via, si selezionano da se, io sono sempre più affamato. che cosa mi ha impedito, se me lo ha poi veramente impedito, di ammalarmi per indigestione?
forse, trovo oggi, l’incongrua lettura delle opere di platone, soprattutto, la certezza, inculcata dai commentatori, di trovarmi con uno dei ‘più grandi geni dell’umanità‘ in una compagnia di parole del tutto affini (dovrei scrivere ‘affinati’?) ai miei umori di quel tempo.
ci sono stati sempre eccellenti rapporti tra me e il mio corpo - e questo non so da dove mi viene: forse dai miei ancora inesplorati giacimenti petroliferi: da una fermentazione radicale di fatiche, umiliazioni, scomposte esuberanze erotiche, terrori della guerra, frustrazioni, distrazioni pedagogiche gigantesche: trapassati, senza mediazioni, dai miei genitori e dal loro ambiente, a me. ma è probabile che la faccenda sia tutta diversa e ben più acutamente viscosa. per esempio: io dico: ‘ci sono stati sempre eccellenti rapporti tra me e il mio corpo’ eppure le registrazioni di cui mi riferisce la memoria sono ininterrotti garbugli sentimentali, compiacimenti per impotenza, atti di immotivabile prevaricazione e su tutto un’incessante ‘reverie’, un abuso intellettuale e scrotale di specchi multipli, cioè: il catalogo completo dei sottoprodotti petroliferi - piazzato nel mio ‘villaggio interiore’ dalla voce mafiosa e protettrice del signor platone.
è, questo, avere ‘eccellenti rapporti col proprio corpo’?
io, per me, continuo a sostenerlo ma non mi persuado.
- proprio perché il mio degrado non mi persuade ancora oggi torno sull’ipotesi di lavoro di una autobiografia. di una ‘biografia’ forse? di una ‘biografia con testo a fronte’? perché, infine, poggiando sul sicuro piacere che regala l’avere a che fare con un ‘noto’ di cui si è esclusivi portatori si potrà forse spingere un po più in la il confine dalla stanchezza accumulata?
- continua a non persuadermi in nulla ciò che so, che penso - ciò che sento e ciò che faccio ha peraltro rapporti soltanto impalpabili con la ‘mia’ persuasione. e di questi per ora, non so come parlare. eppure ciò che non mi persuade di me forse mi appartiene. la terra è persuasa del petrolio che contiene? se una ‘cimice’ si spezza in due al largo delle coste bretoni che succede all’ecologia, non soltanto marina, di superficie? che cosa sono questi disastri? fin dove e come sono disastri?
certo, cercherò subito di salvare qualcosa, interverrò con gli altri, agirò ‘tempestivamente’ e però, nello stesso tempo, il ‘disastro’ ha promosso in me contemplazioni d’altro, ha spacca to in me una cimice e intere province della mia superficie interna vengono violentemente ‘inquinate’.
è questo ‘avere eccellenti rapporti col proprio corpo’? se dico ’si’ auspico ininterrotti disastri. se dico ‘no’ sono imbecille. e allora: qual’è l’effettivo volume del mio corpo? è nel non poterlo decidere il consistere della mia non-persuasione? è in ciò la ragione della mia stima per juan de la cruz? ma io, anche, stimo non meno g benn.
mi piacciono gli agnostici duri. si può dire ’si’, allora, senza auspicare ininterrotti disastri? e dire ‘no’ senza essere imbecilli? si può certo, ma è una possibilità fasulla. meglio fermarsi aldiqua della domanda e partire subito in un’altra direzione. meglio sbagliare prima se non si può non sbagliare: è questo il mio radicalismo disastroso.
sono sbagliate le radici, non ci sono dubbi.
il ‘frammento’ non ha radici. e se le ha è impossibile sapere dove sono. eppure senza papà e mamma non starei qui a ripetermi queste cose. chissà dove si sono persi papà e mamma, per quanto riguarda queste ripetizioni (e non soltanto per esse). se dico che papà e mamma, in quanto ‘radici’, sono oggi le mie due figlie, chio e ra, mi pare di aggiustare, sia pure di poco, una grossa imprecisione apparentemente linguistica.
ma non c’è alcun decoro a stipare nella cornice di queste note tali chiose sentimentali.
si? e perché?
è sbagliato platone, il platone che ho conosciuto.
sbagliati i tempi, i luoghi, i modi. è soprattutto in cio’ l’essere sottoproletari, in questo crescere così, senza crescenza - per accumulo d’incrostazioni - e queste, via via, dall’alto, dalla superficie, mettono radici, allungano sonde, iniettano la loro qualità di ‘cascami’ ‘croste’, spore vaganti e modificano la stessa composizione, lungamente ereditata, fatta ‘ambiente naturale’. l’ambiente, impropriamente definibile tale, modifica quello che definisce l’esserci di un ambiente. conoscere platone in tali condizioni è si inevitabile ma è anche sbagliare subito con le faccende primarie.
a questo punto s’imporrebbe un ulteriore apologo del LIBRO.
che cos’è il libro, che cosa fa? è singolare o plurale? è maschile o neutro? qual’è il suo tempo? il suo movimento? è automotorio? ha un’anima? è tutto questo? o soltanto parte di ‘quello’? etc..- conosco molte risposte per ognuna di queste domande, mi trovo nell’errore coerente, congruo, che fa le cose come le cose debbono essere fatte, e le vede, anche, le vede e alcune le fulmina, altre le contempla, altre le sollecita. l’errore non può essere accecato, dunque non necessita di specchi, di riflessi.
non è duplice - il che, per quello che (mi) interessa, significa che non è serio e non è ridicolo. e un libro è così, col tempo, sempre più lievemente umano. si avvia a diventare sola blandizie. la parola, ‘blandizie’, qui, è molto mossa. il 1983, quest’anno, non meno nervoso dei precedenti, tanto il mio personale 1983 quanto l’insieme di tutti gli altri 1983 - l’esodo nigeriano, le guerre che continuano, gheddafi, mitterand, ‘menphis’, la politica delle superpotenze - è anzi più nervoso dei suoi precedenti: eppure la ‘blandizie’ è più diffusa, più vistosa.
della sensibilità, divenuta in larga misura clandestina, oggi più d’ieri è visibile la clandestinità.
ma non è affatto il sopravvenuto dominio delle ombre, dei simulacri, delle idee. è, piuttosto, il loro sfacelo nell’evidenza, in questa evidenza, nella proteinica evidenza di tutti gl’inizi sopraffatti dall’errore, tempestivamente adattati al disastro, alla catastrofe.
(e così il libro più carezzevole promuove i terremoti più cruenti, più invisibili)
Oggi vivo d’acqua, mi muovo poco e raziono il respiro aspro che anticipa la diaspora del catarro
Ieri ho fumato troppo disappunto che mi ha intasato i bronchi e ha incoraggiato la mia fame fatua
Sono esausta e mi riposo sulle pagine di libri ormai distanti da questo angolo che non ricorda neppure la sua storia
Sono logora di parole discolpanti sventagliate per alleggerire la coscienza.
Mancanza di stimoli la chiami questa desertificazione dell’anima, cercando di apparecchiare altrove il peso insostenibile di responsabilità invalidanti e poter dormire sonni tranquilli.
Ma neppure nei sogni si è fattori senza obblighi quando il tarlo comincia a scavare dentro membra di cartongesso.
Che sogni tu possa dormire non mi è dato saperlo
Spero siano inquietanti e ti perturbino il quieto obliare.
Sogno giosi che mi mette il rio azzurro quando caco
Tra natiche e polpastrelli nell’altlante del mio girovista
Due fette di torta ricoperte da una fila di formiche paura a p 45
Accucciato sto tranquillo il papa non prega per me
Sì ma dove stai sto su palermo ma tra venticinque sto sul tuo cul
Sogno giosi mi spalma di spelma azzurro una ricevitoria enalotto
Ogni volta che suino
La collina di cacca diminuisce scioglie
E un quadro di mao piscina finisce nel water
Giosi dice sei sottacqua è l’effetto marrugine
Alcuni sordidi si masturbavano pensandolo in quel momento
Ma al suo risveglio il dinosauro era proprio lì a p 81
Nostre case coi tacchi a spillo del Paraguay
Nostri morti francesi
Nostra
fidanzatina minorata
La mano fa il gesto di aprire, e spuntano tutti gli ombrelli del mondo:
Ora, ecco una cosa simile
Sedersi tutti allo stesso lato
Farsi domande imbarazzanti
Immaginare scontri tra carri da guerra
Invece:
Uno dei figli scheggiò la pietra, cavandone sputacchiere e bocchini
Le nostre spalle si ammalavano
Qualcosa era contro le nostre ossa:
Narranza settima
non era riuscito a pigliar sonno gridava si girava
nel letto come un pollo allo spiedo era scattato
in piedi dandosi a perlustrare ogni angolo
della casa brandendo a mo’ di sciabola una torcia
da campeggio sotto il cui peso sbandava fin quasi a cadere
ogni volta che il cono di luce investiva qualcosa
l’appendiabiti un posacenere le modanature del soffitto
indugiava a lungo mugugnando ascoltando attentamente
il ronzio del cervello occhi spenti
come quelli d’un sonnambulo così ho capito
che non cercava niente o forse sì ma non fuori
dentro
il suo modo di riflettere
d’un tratto s’alza si batte la fronte col palmo gorgheggia
per darsi un tono rimbocca
le maniche spalanca la vetrina tira fuori le centomila
tartarughe di cristallo di cui le figlie sono
accanite collezioniste le schiera
sul tavolo grande a distanza di sicurezza si segna comincia
a strofinarle una dopo l’altra con la pezzuola delle lenti intrisa
d’alcol sorvegliando il cucù deciso a finire il lavoro prima
del loro rientro aveva avuto l’idea giusta
che sorpresa diceva sfregando senza fermarsi potrò
leggere quello che voglio in fondo basta
poco a far tornare la pace cambiare punto di vista
non credersi il centro del mondo tremava
il sudore scendeva lungo le guance formando
tra le grinze dei calzoni un laghetto che sùbito
svuotava con un sussulto esclamando ohi via di lì ogni tanto
un presagio l’incupiva e per cacciarlo
canticchiava un motivo dei suoi tempi una canzone
di marcia punteggiata di grugniti allargando i gomiti
battendo i piedi per tenere il ritmo sicché la più piccina
è scivolata l’ha placcata tra i polpacci
un colpo di tosse e ha ripreso
a cantare gola spiegata riassumendo un’aria quieta
assennata sarei andata a titillargli il mento
se non avessi visto le gemelle scendere
dal tram sfrecciare verso casa zigzagando tra i lampioni
le tartarughe brillavano le accarezza mormora
è ora stanno per arrivare mi salteranno
in braccio piatti mai visti candele a tavola stasera le ripone
sui ripiani assestando gli ultimi ritocchi richiude
le ante ma nel voltarsi non vede che la cinghia
della vestaglia s’impiglia al ciuffo della chiave e la vetrina
crolla a terra proprio mentre le figlie aprono la porta
non hanno detto niente stropicciando le suole
sullo stoino si sono abbracciate hanno
guardato stralunate i milioni di frantumi
sui tavoli i tappeti gli sgabelli indiani tra le fessure
dell’organo nelle guantiere sulle lampade le cornici
dei quadri nei portapenne sulle spalle tra i capelli del vecchio
che toltasi la vestaglia vi radunava quanti più gusci
e zampine poteva niente di grave ho una colla miracolosa
torneranno come nuove l’hanno guidato per mano nella sua
stanza hanno chiuso a due mandate e da allora non l’ho più visto
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