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Archivio di Giugno 2009




Gaetano Testa


Martedì, 30 Giugno 2009

IL FRAMMENTO
1983

I.

 

 

- i materiali, forse tutti, ci sarebbero già. note, aforismi, dialoghetti, racconti, immagini, interruzioni continue.

c’è sempre un criterio (criterion) che presiede all’organizzazione di-dei-del
e se non ci fosse?
o meglio: e se ti chiedessi di non farci caso?
capita che ci fai caso. e allora, come vedi la cosa?

il primo, diciamo, principio è quello della leggibilità. in qualche modo, simultaneamente facilitata-orientata.

in quale modo? - escluderei i modi che soprattutto ritardano la presa e la presa-diretta.
mi richiamano il fantasma della ‘buona letteratura’
che io non amo se non nell’elemento della chiarezza.

dunque il criterio organizzativo: la chiara leggibilità.

- presumo che non possa darsi chiara leggibilità scompagnata da gradevole leggibilità.
qui la faccenda s’intorbida. la ‘buona letteratura’ potrebbe riconquistarsi una linea che vorrei ‘pulita’.
perciò: gradevole e irritante.

- gradevole. irritante - che c’entra la chiarezza? la tenuta?
sto pensando a un certo lettore, è inevitabile. ma quale lettore? un lettore che mi sia gradevole e irritante. gradevole quando dice ’si’ e irritante quando dice ‘no’?
o viceversa?

- la continuità della lettura della leggibilità.
la tenuta con i trucchi? l’ultimo calvino? (le cosmicomiche) (per citarne solo uno)
la tenuta nella frammentazione costante.

che genere di continuità esiste tra scrittura e lettura?
esiste? di fatto agiscono, incrociandosi sovrapponendosi, facendosi a pezzi, potenziandosi innumerevoli continuità, tante quante ne rinvieni. è fatto quello che tu riesci a fare quello che ottieni - che si possa verificare e controllare con attrezzature preesistenti o approntate ad hoc e però tali che anche qualche altro possa farne (un) uso.

direi che l’argomento della continuità non m’interessa, non mi serve. soprattutto mi riporta a processini mentali che mi sono estranei.

in effetti, qui, non so quello che potrebbe darmi l’essere paziente.
o meglio, in parte lo so, grazie, niente.

- ecco, è irritante questa maniera di stare immersi nel tema.
in effetti, per tale aspetto , (diciamo) ‘l’etica del frammento’ è piuttosto deludente - a un certo punto, emerge la noia senza stanchezza. si gira a vuoto, così pare. nei casi ‘buoni’ (montaigne, wittgenstein, nietzche, etc) è anche così. negli altri, bà. restano immagini, atti esemplari, colpi bassi improvvisi. tutto il resto affonda.
e viene lasciato affondare anche preliminarmente.

una congerie di motivi rende irritante organizzare i frammenti e, ancora di più, lasciare che si organizzino da se.
la dove, invece, una scrittura, abbandonata a se stessa, che si organizzi secondo criteri correnti e dominanti di organizzazione, ottiene di sottrarsi a questo genere di organizzazione.

in effetti organizzare frammenti il più delle volte è usare ogni possibile forma di organizzazione già esistente, già corrente, già dominante.
è uno schifo.

Gaetano Testa


Martedì, 30 Giugno 2009

Barbara Ottaviani


Lunedì, 29 Giugno 2009

Rosso come la passione dicono, come il sangue che sgorga fresco, non ossidato, dalle punture di spillo, dai tagli obliqui e distratti delle casalinghe in carriera mentre ascoltano contemporaneamente chopin e la de filippi.
Oggi te lo puoi permettere, fare più cose in una sola svista, tanto il farle bene non è richiesto.
Il rosso adesso lo associava all’amaro. Il veleno non l’aveva mai assaggiato, ma tutto ciò che è velenoso è amaro, anche se non vale il contrario. E per la prima volta un veleno, dicono, avrebbe potuto salvare la vita. Quella buona ovviamente, perché quella cattiva se la sarebbe portata via senza pietà e ripensamenti.
Un veleno selettivo e intelligente.
Non ne aveva mai sentito parlare, eppure a quanto pare lo avevano inventato. Avrebbe raso al suolo la vita cattiva, con l’effetto collaterale di dare una bella batosta a quella buona.
Questa cosa non la convinceva. Non sapeva ancora se voleva rimanere viva a metà, sguarnita della sua parte cattiva. Pur sempre vita è, e di questi tempi, la cattiveria poteva tornare utile.
Rosso e giallo. Sì, anche il giallo ora che ci pensava. Un altro colore che le piaceva oltre al viola e al rosso. Ma non aveva mai sospettato che un giorno anche i palliativi avrebbero preso colore.
E a giudicare dalle facce stanche e consunte nella sala d’aspetto, un colore che non faceva presagire nulla di buono. E poi se ci pensava bene, il rosso e il giallo rappresentavano al semaforo pericolo e avvertimento di pericolo imminente.
Rosso e giallo, come una roccia emersa in mezzo all’oceano, tagliente e limacciosa che promette approdi che non potrà mantenere.
Rosso e giallo come una condanna sulle facce degli astanti dai capelli finti e l’attesa ansiosa.
Forse sarebbe stato meglio passare la mano e affezionarsi ad altri colori.
Il blu ad esempio.
Si sarebbe tenuta la cattiva sorte e i capelli fulvi sulla testa. Troppa gente col male in corpo, decisamente troppa.
Il male avanza, dentro il nostro corpo, perché ha diritto di vivere anche lui. In fondo lo vogliamo noi con la nostra indifferenza e la nostra negligenza, poi con improvvisa sollecitudine ce ne vogliamo sbarazzare perché ci fa paura. Ma dove eravamo quando il nostro corpo tentava di difendersi dai continui attacchi al quale lo sottoponevamo e che lo avrebbero inevitabilmente fatto impazzire? Sì, quelle povere cellule hanno tutto il diritto di trovarsi una scappatoia.
E quale migliore escamotage della pazzia?
Noi uomini siamo proprio degli imbecilli. Ci scaviamo fosse prima ancora di andare al patibolo e ci affanniamo a richiuderle quando siamo con l’osso del collo sotto la ghigliottina.
Erano tanti, decisamente troppi a tentare un approdo su quella sponda tagliente e limacciosa.
- Rossa o gialla ? - , le chiese una signora con la bandana bianca a nascondere la testa glabra.
- Sono solo di passaggio, è il blu il mio colore preferito - .
Il blu.

Andrea Celestino


Lunedì, 29 Giugno 2009

Nadia Cavalera


Sabato, 27 Giugno 2009

Cittadina Monnezza

I

 

Perdere chi credevi amico
è tortura in brochure botta tortina di melassa scura
poi cuci silente patente tutti i campanelli
da fuoc’illuso accecati negl’intenti bordelli
(:una differenza significativa tra le streghe le byline le mistiche le estatiche tagliatesta)
E ratta scatta fuori schietta
la lung’impostura fura
(: la sciagura dà fastidio alla vita all’amore strada senza dove)
così che tu
dopo tanto precariato deprecato
entri di ruolo
a scolo di monosolo consolidato
(: la prigionia ordina la sconfitta dei canti sui barbari e la composizione delle idee in cifra)

Modena, Palazzo Bentivoglio, 17 febbraio 2009

Claudia Lauria, Palermo, Mediterraneo antirazzista


Venerdì, 26 Giugno 2009

Gualberto Alvino


Venerdì, 26 Giugno 2009

Narranza quarta

era tardi quasi l’una gli ultimi clienti chiedevano
il conto altri entravano a gruppi di quattro
freschi riposati un’altra razza non un saluto
intese guardatelle del resto i giocatori sono
così predatori notturni uno è rimasto fuori a badare
la strada col giornale a rovescio
il mio bicchiere era vuoto il barista
sbuffava così ho preso dieci
biglietti della riffa senza guardarli
ho pagato con un pezzo grosso tenga il resto
da capogiro intanto mettevo in mostra un mazzo di banconote
da 500 stropicciate quasi fossero
il frutto d’una vincita rastrellata in fretta le ho fatte cadere
e un tizio alto magro zigomi marcati occhialini da sole diamante
al pollice m’ha preceduta con un balzo da pantera le raccoglie
il bello deve ancora venire
dipende da quanto
rilancio libero dice con voce stracca senza timbro due reali
dividono apriamo con quattro quinti
di colore alle sette ultimo giro se le luci si spengono
via i soldi e ciascuno per sé non voglio storie
gli altri a fulminarlo ma lui ha mosso un dito e la serranda
s’è abbassata un tardivo l’ha fatta rialzare picchiando
la lamiera a due mani quasi
la sfondava per un attimo ho sperato fosse il sarto mi avrebbe
pestata a dovere davanti a tutti ma poi a casa legionarî
sabbie candide qualche lacrima e l’incubo sarebbe
no una matrona sugli ottanta orologio
d’oro ramato girocollo sfarzoso capelli
turchini blusa trasparente con su scritto Fata cagnolino
glabro incastrato sotto l’ascella
immobile occhi chiusi sembrava finto ho pensato
alla vecchia del tram che avevo appena visto in quel sogno
sapessi quante volte mi succede d’incontrare
persone già viste nei sogni o forse è il contrario la serranda
s’è abbassata di nuovo il rumore di ferraglia m’ha triturato le ossa
fuori tutti ci siamo solo noi adesso
qual è la cosa peggiore che potrebbe capitarmi? morire?
ebbene sono già morta
ecco non ho niente da temere il più cancella il meno
questo dicevo ma la mente viaggiava non ne uscirò e quand’anche
non basterebbe tutta l’aria a riempirmi a strapparmi queste
spine eppure sapevo che nessuno avrebbe potuto fermarmi il barista
ha alzato una botola abbiamo sceso una scala
di legno che metteva in un corridoio illuminato da una lampada
nuda col filo annodato nella stanza in fondo brillava una luce pure
giallastra ma più intensa dietro una porta
di ferro ho intravisto la testiera di un letto su cui uno
russava mani fuori dalle coperte profilo d’imperatore a terra un pitale
colmo di cicche spente a metà due voci chiocce
discutevano con calore fughe assegni a vuoto pegni
cambiali cambiali mai vista tanta furia di vivere lungo
il tragitto il cane ha ululato la padrona ha immerso
un dito nella borsa l’ha estratto pieno di zucchero
gliel’ha spalmato sulle gengive basta una presa
una all’ora mi piazza il muso fra le pieghe
della pancia e crolla un angioletto
sei nuova? due mani e vado? lo dicevo anch’io
per quietare il senso di colpa poi t’accorgi
di non far male a nessuno l’ambiente
era grande ma il soffitto così basso che se avessi
alzato un braccio l’avrei toccato senza stenderlo ho cercato
di calmarmi immaginando grandi piane sotto volte
stellate è la tua occasione non puoi mancarla
niente faceva pensare a una sala da gioco tranne i lumi
verdi pendenti da una traversa di latta che tagliava in diagonale
l’intero locale e il barista che passava di continuo a raccogliere
le ordinazioni i tavoli erano piccoli
di plastica traforata da giardino portacenere infami tovaglie
da bettola ma i bicchieri di cristallo pregiato lucidissimi per invitare
a bere il mio era già colmo d’un liquido aspro
rossigno l’ho scolato con gioia della pantera
che l’ha di nuovo riempito guardandomi come
un forziere dischiuso ho buttato giù anche
l’altro tirando fuori i soldi mi son seduta spalle
al muro per avere la situazione sotto controllo
i quartetti si sono formati in un batter d’occhio tutti hanno preso
posto in un silenzio totale
di chiesa c’era odore di muffa rum stantio
e soprattutto di paura avrei potuto palparla Fata mi lancia
uno sguardo implorante capisco che mi vuole
con sé la prendo sottobraccio mi sorride l’unico neo
del poker è che non ammette alleanze
mors tua ma tu non mi odî lo sento
ho lasciato correre le prime mani senza vedere nessuno
perché tutti stessero tranquilli benché la fortuna
mi assistesse ogni volta che cambiavo
le carte arrivavano quelle che volevo e in due casi
non ce n’è stato nemmeno bisogno ma alla fine ho dovuto
rilanciare asso e un bel quartetto solo quattro kappa e reale
avrebbero potuto battermi questo è giocare opporsi
al caso segargli le gambe scolpirselo a
lei ne cambia tre perciò ha una coppia Pantera
ne scarta due col braccio destro un po’ piegato si gratta più volte
la mano finché sanguina troppo nervoso per avere qualcosa di
l’orso dirimpetto mi secca con un’occhiata
traversa picchiando la nocca servito
scala? full? colore? niente che possa impensierirmi
fosse poker cambierebbe una carta per confonderci
come ho fatto io con l’asso e tutti hanno pensato
a una scala mancata lei ha sparato una cifra astronomica
lisciando il cane voleva impaurirci ma non aveva niente
era scritto nel tremore delle mani gli altri hanno rilanciato
con boria e sono rimasti quando
ho raddoppiato ridacchiando per fingermi
tanto brilla quanto inoffensiva una specie di saggia
ira mi colmava chi m’avesse toccata si sarebbe ustionato quelli
degli altri tavoli si sono voltati verso di noi
come nelle balere quando una coppia fa scintille
il silenzio mi ghiacciava ma ero calma uno stagno
quattro donne e ho scoperto le carte i due si sono
scambiati uno sguardo feroce
benché volesse scannarmi Pantera mi riempie
di complimenti mentre Fata stira i centoni me li schiera davanti
con fare connivente francamente felice
la prima volta? non dir di no ti si legge in viso le pupille
di Orso mandavano bagliori sinistri cercavo
di schivarli mettendomi di sguincio intanto Pantera
disegnava garrote con le dita
sentivo che il male era finito che da quel momento tutto sarebbe
cambiato avrei estratto il chiodo dal piede dal cervello del tassista
regalato una selva alla volpe liberato dalla tomba
il vecchio delle tartarughe ritrovato il professore
scomparso avviato la nostra galleria avrei fatto
tutto questo con la stessa facilità con cui le carte accorrevano
al mio richiamo questo significa vincere
cos’avete da guardare? non è finita vi ridurrò
alla fame striscerete fra gli sputi come lombrichi dovrete
implorarmi di non infierire sulle vostre schiene nude
mentre Orso mescola Pantera fuma con aria
evasiva serra la mano sul bicchiere vuoto pensando
al mio collo deve aver fatto così anche col sarto
un istante prima di vuotargli le tasche quale dei due
si romperà? il vento soffia per me finalmente c’è una giustizia
studiano le carte pizzicandone gli orli io
non le guardo mi muovo solo per spingere i soldi
al centro del tavolo con un gesto fiacco
automatico accavallo le gambe m’allungo sullo schienale ingoio
un sorso quasi fossi stufa annoiata manca molto
alle sette? non vedo l’ora di stendermi nulla di meglio
per irritare l’avversario indurlo a scoprirsi
è lei stavolta a dirsi servita il tono di chi ordini un tè
in un bar affollato brava dico con un lampo degli occhi
la sento ansimare le faccio piedino per calmarla mi strofina
una caviglia con la punta della scarpa si mette
a fischiare studiando il ricamo della tovaglia
vorrà farne uno uguale per la figlia che vive lontano
ai confini attacco una cimice
sotto il tavolo con la scusa di stirarmi le calze
gli altri ne cambiano due ma dovrebbero
cambiarne quattro dovrebbero passare perché sono alla disperazione
sarei pronta a giurarlo nessuno più di me conosce
la paura e loro non riescono neanche
ad aprire la bocca come un vento dalle grate parola al servito
piatto esplode lei svegliando il cane credono stia fingendo
ma non è detto potrebbe fingere di fingere o fingere
di fingere di fingere o non fingere affatto Pantera
punta un terzo delle sue sostanze Orso si adegua
raddoppio Fata ha un’espressione pacata triplica i pesci
abboccano anch’io per non lasciarla sola alzo i lembi
col mignolo scala al fante
scopre facendo tintinnare i bracciali doppia
la straccerei ma butto le carte e applaudo mentre il cane
ammassa la vincita con le zampe e s’addormenta
sul suo stomaco più teso d’un nervo di toro
accendo un sigaretto chiedo
di saltare la prossima mano mi alzo attraverso
la sala come Achille la piana un ragazzo
con un braccio solo mi prega di sedere al suo tavolo
per portargli fortuna davanti a lui pochi centesimi mostra
il patrimonio sei nove dieci donna asso
l’uomo alla sua destra apre di piatto
sta per passare chiude il ventaglio dico
rilancia tenendo il nove e cambiando il resto asso compreso
è una follia ma obbedisce
eccole vuole che le tocchi le sfioro sputo la gomma
nell’altra mano attacco una cimice alla gamba
del tavolo legge sudando nove nove vado via
mentre apro la porta del bagno lo sento urlare
di gioia qualcuno dice se torna la sgozzo come un capretto
basterebbero le scritte sui muri a capire
in che razza di budello mi sono calata due finestre in alto una
dà sull’entrata vedo le gambe del palo che finge di leggere
l’altra comunica con la sala mi rinfresco
il viso ritocco il contorno delle labbra un’ombra
di fard spazzolo i capelli metto un piede
sul lavabo sistemo le telecamere in modo
che nessuno possa notarle nemmeno lavando
i vetri che del resto sono lerci opachi non li toccano da anni forse
non li hanno mai puliti li spolvero con la manica per favorire
le riprese salto giù voci lontane un rumore di passi apro piano
la porta in fondo al corridoio i due delle cambiali salgono la scaletta
seguitando a discutere il più alto passa alle mani contrae
il collo alza i talloni l’altro arretra vorrebbe reagire ma increspa
le labbra desiste mi assicuro che nessuno veda scivolo
fino alla stanza l’uomo dorme non s’è mosso di un millimetro solo
la destra prima abbandonata ora è chiusa a pugno vibra come
per contrazioni convulsive si allargano in tutto
il corpo simili a scariche elettriche mi tolgo le scarpe
sèmino i gingilli nei punti strategici scendendo
dal comò urto una caraffa l’afferro in tempo ma il manico
gratta il pavimento lui smette di russare si gira spalanca
gli occhi fa per alzarsi già mi vedo
fra le zanne dell’orso e gli artigli della pantera si lascia
andare lancia un sospiro farfuglia
qualcosa una vecchia dai capezzoli ciechi in un tubo
di piombo su cui sfila una processione di battenti
sanniti lui sul colle col mitra inceppato potrei farne un film
il male è passato finito non può succedermi
niente più niente cambio pelle la sfoglio come
una cipolla ma un tintinnio di calici il barista saetta nel
vano della porta col vassoio pieno fra poco
tornerà accenderà la luce entrerà per ritirare la caraffa
mi nasconderò ma sentirà il profumo e tutti
mi saranno addosso eppure non ho paura solo
un formicolio in gola una brama di sfida di pericolo una fame
d’eccesso che devo sùbito saziare vorrei specchiarmi
per vedere che faccia ho riprende a russare l’alito
mefitico riempie la stanza si mette
supino flettendo una gamba la camicia
s’apre sul torace gonfio glabro faccio scorrere lo sguardo
l’ombelico le cosce tese la massa
dei testicoli m’avvicino tendo la mano abbasso
piano la lampo pronta a ritrarmi alla prima
non si muove tocco l’inguine indugio sul ventre
arriccio i peli ferma il respiro spasmi involontarî ricomincia
ampio regolare lo tiro fuori fino
alla radice mi siedo sulla sponda lo sfioro con le guance
col mento cresce lo sento in bocca la schiudo il barista
scende veloce dovrei andarmene ma so che passerÃ
senza fermarsi guarderà dritto davanti a sé come se la stanza
non esistesse lo prendo chiudo le labbra
senza stringere troppo vorrei morderlo sentir battere
la vena guizza l’odore stordisce un prodigio
di cui sono la causa succhio il siero caldo acido
che lacrima dal foro
il rumore si allontana ma non basta mi spoglio metto
un piede sulla traversa m’infilzo appena in tempo a soffocare
lo sprizzo gioia rubata settimo cielo il tintinnio sfila col vassoio àgito
la mano per salutarlo non mi vede mi vesto in fretta incastro
una cimice tra le stanghe del letto attraverso
l’andito inciampando a ogni passo me la stringo
forte per farla tacere a un metro dalla sala
rallento respiro spiàno il bavero ravvio
i capelli saluto un paio di spennati che sacramentano
fra i denti raggiungo il tavolo dove Fata carezza
con una mano la testa del cane con l’altra
mucchi di banconote sotto lo sguardo furente dei due Orso
schiocca le dita il barista gli porta un fascio
da cento nuovo di zecca lui lo taglia a metà vuota il bicchiere fornisce
il compare ma dai sorrisi bugiardi capisco che sono gli ultimi Fata
passa senza leggere torna a esaminare la tovaglia ruminando
tra sé nessuno apre o non hanno niente o vogliono darmi a bere
di non aver niente per prendermi all’amo do un’occhiata alle carte
il deserto potrei tentare una bilaterale ma la voglio più dura
ne chiedo una sola e punto metà dei soldi sbirciando
l’orologio poi faccio squillare il telefono sotto il tavolo fingo
di rispondere a qualcuno col mio tono da schiava
mi stampo in faccia un’espressione sconvolta li guardo
come avessi una fretta del diavolo quasi a dire
riprendetevi tutto ma lasciatemi andare Fata mi sfiora
un polso con la mano sveglia il cane sa che quello sguardo d’agnello
mi mette allegria con l’altra carta non formo neanche
una coppia mentre loro hanno certamente qualcosa doppia
forse tris tuttavia
rilancio poi chino il capo scrivo un messaggio
cancello riscrivo raddoppiano raddoppio pensano che se fossi
allo stremo passerei si giocano tutto per terrorizzarmi lo faccio
squillare di nuovo mezz’ora è più che
sarebbe un peccato mai andata
così bene mi accosto al cane lei versa il rum le chiedo
se ha una figlia che mi somiglia un lume rubino se siamo
nelle cose o siamo cose
tace poi mi tocca un ginocchio per dire ho capito
non è vero ma annuisco
tutto dico spostando i soldi mentre il mutilato impreca coprendomi
la voce Orso fissa Pantera che ricambia con scosse
del capo vorrebbe vedere ma rischierebbe troppo mi obbligasse
a mostrare l’apertura dovrei scavarmi la fossa con la lingua
prendo tutto scappo via appena fuori strappo il giornale
al palo e glielo metto in testa

Gaetano Testa


Venerdì, 26 Giugno 2009

Francesco Gambaro


Giovedì, 25 Giugno 2009

Ci si avvicina alla morte senza desiderio
L’orologio è l’insopportabile pillola dei vecchi
Si frantumano le storie vissute
Possono essere loro possono essere di altri
Le ragazzine i ragazzini non corrispondono figlie e nipoti
Dare acqua al basilico un ordine oltre la morte

La morte non squaglia i capelli
Consuma i suoi pasti più velocemente con i calvi
I calvi producono un formicaio di vermi per ritardare il pasto
Dicono gesù secondo me dovevi anche avere una vulva
Con la loro testa entrarono lo fecero godere
Prima o dopo siamo nel 2009 tutto è rivelazione di dio

Andrea Celestino


Giovedì, 25 Giugno 2009

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