Giuseppe Zimmardi
Giovedì, 30 Aprile 2009
Mi si era rotta la radio dalla macchina.
Il giorno prima dell’equinozio di primavera.
Dopo uno sbrigativo consulto con un elettrauto, anzi, a dirla tutta col ragazzo dell’elettrauto, decido di comprare la radio nuova.
Perché il ragazzo dell’elettrauto, che un giorno sarebbe diventato elettrauto a sua volta -almeno così pensavo - me l’aveva detto chiaro: sono partiti i finali, ci vuole un tecnico specializzato; però, forse, le conviene comprare una radio nuova (…)
Io sul momento ho pensato ai finali come a una storpiatura dialettale per indicare una finale di coppa o di campionato ma poi ho capito che il calcio non poteva stare quasi per andare in vacanza, di già, nemmeno al primo degli equinozi aspettato con un’ansia sempre più crescente da mezzo mondo. Allora mi sono ricordato di quand’ero più giovane, con la mia prima macchina che non andava a benzina ma a “percussioni”. Ed entrambi i combustibili costavano più o meno lo stesso.
Quindi, la mia era una scelta, per così dire, ideologica.
Avevo una Panda bianca sempre sporca di terra, perché m’immaginavo avventure ai quattro angoli della…terra.
Una volta ci andai con gli amici a sciare, un viaggio lungo e faticoso, più di tremila chilometri.
Abbiamo risalito lo Stivale dal fondo dove abitavamo (e tuttora in Sicilia stiamo) fino al Trentino, guidando di seguito come in una ventiquattrore e quando siamo entrati assonnati e intronati a Madonna di Campiglio, un vigile ci adocchiò e sillabò: ” M a c o s’ è questo?”.
Fango! Fango!, rispose giulivo il mio amico Fulvio.
La mia bella Panda comprata a rate dalla mamma sembrava uscita da una betoniera e dopo 23 ore di viaggio, il traghetto di Messina che anche allora si parlava di Ponte sullo Stretto ma ciccia come ora, le Calabrie infinite, il miraggio di Roma che ci ha fatto cercare una farmacia alle tre di notte per placare la mia allergia, fino alla Fontana di Trevi ci ha portati, tutti e tre spinti da un sound irresistibile: i Deep Purple
Purtroppo, in quel viaggio, al ritorno da quel viaggio, accadde l’irreparabile.
Si ruppe un finale (…)
Quel famoso finale di cui, negli anni, mi sarei dimenticato l’esistenza pensando a una competizione sportiva.
Il finale è un aggeggino che, specialmente a quei tempi, stava malamente avvitato sotto il sedile del guidatore con tanto di tasti e led della banda di equalizzazione. Uno sballo con due casse davanti sugli sportelli striminziti della Panda che era come se gli passasse una incredibile scarica elettrica fin dentro lo chassis e che da un momento all’altro c’era pericolo che spuntassero crepe e voragini come una vecchia casa dopo un terremoto.
Dietro c’erano altre due casse, imperniate direttamente nella cappelliera, ossia il ripiano posteriore dell’automobile. Si faceva così, allora. La macchina non andava a scoppio, andava a “sobbalzi”.
Oggi di tutto questo non resta niente.
Certo sono passati parecchi anni dall’avventura on the road colla Panda ma io nemmeno riesco a comprare una radio nuova, cazzo, perché non c’è una radio come la voglio io e non perché io abbia molte pretese ma al contrario, per l’assoluta mancanza di pretese.
Voglio “solo” una radio, con pochi comandi e via. Sì, gli alti e bassi separati è fondamentale, mi ricordo che è stata una delle prime cose che ho imparato al riguardo.
Ma nient’altro.
Radio e mangianastri ovviamente.
Non c’è. Il mangianastri non c’è più. Hanno tutte il lettore Cd. E la radio certo. Ma di cassette nemmeno a parlarne.
L’Mp3. Si faccia un I’pod…
Come si fa? Io ho centinaia di cassette che mi sono fatto negli anni e segnano anche un po’ il mio punto di vista (non solo musicale) e il percorso, con gli ostacoli e gli amori e…
Niente. Non c’è una radio colle cassette.
Roba antidiluviana, sentenzia un commesso dell’ultra mega magazzino dove mi sono recato speranzoso e anche un po’ baldanzoso, sicuro di uscire con la mia radio nuova in tasca per quattro soldi. Perché mi aveva detto così il giovane probabile futuro elettrauto, che non valeva riparare la vecchia radio perché la nuova ormai quasi te la regalano. Così aveva detto. Non aveva detto però che l’inarrestabile progresso ha tolto di mezzo le cassette. E fra poco ci toglie di mezzo tutti.
Indugio su un pertugio fra le vetrine e guardo le meraviglie che trasudano tecnologia e gadget vari. Le mie (poche) certezze vacillano. Ero fiero e deciso. Nessun compromesso. Troverò un bell’apparecchio con radio e cassette e buona notte - pensavo. Invece pian piano un tarlo malizioso mi suggerisce di gettare in un cassonetto le mie vecchie cassette, che tanto qualcuno le troverà e le userà ancora (…) e di buttarmi a capofitto su un aggeggio nuovo e moderno, con tanto di Mp3 e altro.
E’ passato qualche altro anno dal mio gironzolare sconsolatamente alla ricerca di una “semplicissima” radio per auto e nel frattempo ho cambiato la macchina.
Un’occasione presa al volo su un giornale di annunci economici.
Una bella Subaru di nemmeno quattro anni di vita. Quattro ruote motrici. Quattro porte. La legge del quattro insomma.
Quattro altoparlanti anche.
E naturalmente una bella radio… non so di che marca, ché ha sù il logo Subaru ma è sufficientemente moderna da esser integrata nel cruscotto. Una meraviglia che non devi star lì a tirarla via ogni volta che ti fermi da qualche parte e metterla sotto il sedile come ai vecchi tempi; nel migliore dei casi (dipendeva anche dalle dimensioni) poteva trovar posto anche nel cassetto portaoggetti.
Che sembrava un copione.
Giri la chiave. Prendi l’apparecchio e lo ficchi lì. Tu lo sai. Il ladro lo sa. Chiunque passa e guarda l’auto lo sa, ch’è impossibile che un’auto non abbia una radio, magari scassatella e a transistors, eppure tutto fila generalmente liscio e al ritorno la trovi sempre lì: sotto il sedile o dentro il cassetto portaoggetti.
Comunque, non è il mio caso. Non più.
La radio resta lì nel cruscotto e pure accesa la lascio. Ché basta girar la chiave che tutto tace. Sublime.
Però.
Però, c’è un però.
Sè capito.
La radio non ha le cassette. Sì, insomma, niente mangianastri.
Solo Cd. Più la radio.
Morbidi fruscii quando va il dischetto.
Selezioni facili. Brano 1, brano 2, vai dove vuoi. Un fruscio et voilà.
Vabbè che anche le radio a cassette, quelle più evolute naturalmente, avevano un congegno che ti beccava il brano che cercavi. La mia mitica Panda ovviamente: una Pioneer da intenditori. Però le cassette andavano registrate in un certo modo, bisognava lasciare spazio fra un pezzo e l’altro e se per caso c’era una compilation tutta mixata eran dolori. Ricerca negata.
Adesso schiaccio il pulsantino e il cd va. Fff. E va.
Starei tutto il giorno a schiacciar tasti solo per ascoltare il magico sibilo. E’ diventata questa la mia musica. Fff…
La macchina va che è una seta. La radio pure.
Però.
C’è un altro però.
S’è capito.
Il Cd salta. Ogni tanto ma salta. Dipende, c’è Cd e Cd, però salta.
Chi più chi meno alla fine saltan tutti.
Un momento.
In movimento. Specialmente se c’è qualche maledetta buca. Tombino. Anche lì vicino.
Lo annusa il tombino il lettore Cd. Cazzo. La mia macchina è una quattro per quattro. Forse è fatto apposta. Quando si è in situazioni di pericolo meglio stare a sentire la radio che magari danno una dritta.
Beh. Se sto fermo i dischi si sentono ch’è una meraviglia.
Ah, ma io porto la macchina, la Subaru, all’assistenza. Macchina e radio Cd. Tutto.
Loro sono giapponesi. Perfettini. Ho grande fiducia.
Tutto a posto. Certo non è un modello al top - mi han detto (la radio Cd non la macchina) - ma funziona ch’è un orologio.
Penso che forse salti per questo.
Faccio per andarmene, un po’ rassicurato, un po’ sconfortato. Poi guardo il ragazzo che sta’ lì in officina e mi pare di conoscerlo. Non ha neppure gli occhi a mandorla.
S’è capito.
E’ il ragazzo dell’elettrauto di qualche anno fa, sì, il futuro probabile elettrauto - come pensavo io - che non mi aveva voluto riparare la vecchia radio nella vecchia macchina perché non ne valeva la pena.
Aveva detto proprio così.
E ora?
Che ci fai qui?
- Beh, sa, sono passati anni da allora e sono successe un sacco di cose, poi lì non ero messo in regola e qui è una grande, grande, organizzazione, sono Jap questi qui eh, insomma un’altra cosa. Me la passo davvero meglio.
- Anche se…
Anche se? Dico io.
- Anche se il mio principale di prima, l’elettrauto, era uno all’antica, aggiustava tutto (…) e mi insegnava un sacco di cose.
Continua, gli dico.
- Qui fanno i miracoli ma, come dire, sono miracoli nuovi di zecca. A tempo. Miracoli con la scadenza, insomma. Il mio padrone invece era un amante delle vecchie cose, della musica napoletana, anche, e c’aveva pure un sacco di musicassette tutte rattoppate, perché lei lo sa che le cassette si possono aggiustare quando capita che il nastro s’inceppa, no? Mentre il Cd una volta che salta, salta. Vuol dire che è rigato e allora…
E allora? Cosa vuoi dire, che i miei Cd sono tutti rigati? Guarda che a casa si sentono benissimo. Dico
- Però lei a casa sta’ fermo…
E quindi i casi - scusando il bisticcio di parole - sono due.
O se ne ‘sta fermo sotto casa sua (anche di qualcun altro se preferisce) e allora non c’è problema e il cd va che è una meraviglia, un vero orologio, per come le ho già detto, ma a quel punto potrebbe pure starsene comodo nell’appartamento o attico o villa o seminterrato o che diavolo è, e non le servirebbe nemmeno la radio in macchina.
Oppure? Faccio io
- Salta. E sa cosa le dico? Le dico quel che le dissi a suo tempo, ché mi ricordo bene di lei, e di quando venne in officina con quel catorcio di radio dentro quel catorcio di macchina.
Perché non si compra una radio nuova?
Fummo gli unici a non chiudere forte il portone
La portiera erita dormiva
Fummo quelli del preservativo pieno lanciato in orbita
Domani non è mai un altro giorno per noi
Papà sta morto in casa i parenti ci aspettano
Come anche gli scalini distendiamoci sul marmo
Erita stasera l’avrei sfogliata
Perché non è voluta venire con noi cosa le hai fatto
Tu mi credi se ti dico mi sento bene in questo ghiaccio
Hai visto non c’erano i cani a aspettarci
Erita forse dovrei entrare ma è per questo che non entro
Tanta tentazione non sveglia la portiera
Oggi è stata una giornata storta. Sono le dodici e mezza e chissà cosa può ancora succedere.
Stamattina me ne andavo leggero sul monte della mia città di mare in bicicletta, pioggerellina tipica della Settimana Santa e temperatura mite: le condizioni ideali. Anche dello spirito. Mi sembrava di far le cose con un certo garbo.
La primavera avanza - pensavo mentre avanzavo pure io fra le prime rampe della salita a un ritmo blando ma non fesso, scandito dal risveglio di tutti quei piccoli animali cui generalmente non si fa caso se presi singolarmente ma che messi assieme è impossibile non notare o quantomeno non ascoltare visto il baccano che fanno. Un po’ meno in macchina coi finestrini chiusi l’aria condizionata l’airbag l’abs il Gr il satellitare per non perderti nel percorso casa-ufficio.
E’ piacevole - pensavo - sembrano una banda alle prime armi, ma non nel senso d’esperienza bensì d’entusiasmo.
Così mi trastullavo. Pedalavo. Solo un’ombra, un tratto: - ah, le finestre aperte a casa per far entrare lo scirocco - asciuga l’umido - ma entrerà pure la pioggia e… la stanza del bambino e la cucina, la stanza da letto col bel persiano (non gatto), mia moglie? -
Ma era solo un’ombra e come tale, una mosca l’ho scacciata.
D’un tratto, prima una vibrazione quasi un basso, poi un suono che zittisce la banda alle prime armi e infine distinguo quel trillo insistente che chiunque si ricordi del telefono a tastiera appeso al muro, quello nero coi cornicchi, ha per buona novella.
Il telefono, la tua voce.
E’ l’amministratore del condominio che comincia a parlare svelto dopo un accenno di saluto. Il mio garage e l’infiltrazione d’acqua e l’androne della terza scala…
Non sono innocente. Ho lasciato acceso il cellulare pure per pedalare, poi ho letto sul monitor il nome dell’amministratore, potenza della tecnologia, e ciononostante ho risposto lo stesso. Merito il massimo della pena.
E infatti passo cinque/sette minuti buoni, cronometrati, che alla mia andatura blanda ma non fessa vuol dire circa un chilometro e mezzo, fra i centosessanta e i centosessantacinque battiti (anche qui mi viene in aiuto la tecnologia) colla voce che mi esce a un numero di decibel proporzionale ai battiti e che completa il precedente lavoro della suoneria vintage del mio cellulare. Della banda alle prime armi non c’è più traccia.
L’amministratore (del mio condominio) - non ce ne vogliano gli amministratori (sempre di condominio) più giovani, longilinei o che hanno letto tutto Tacito e magari La Recherche - è come ci si immagina che sia: basso e tarchiato, sui sessanta o anche meno ma portati male, cogli occhiali un po’ sporchi e la montatura rabberciata squadrata, senza un titolo di studio specifico e nemmeno generale se non che la classica definizione di ragioniere. Sarà per via dei conti ch’è chiamato a far quadrare.
Al mio amministratore però il titolo di ragioniere ‘sta stretto e infatti fa precedere la sua firma, nei trattati che redige - rigorosamente prima il cognome e poi il nome (…) - dal classico Dottor… tal dei tali.
C’è poi un’altra cosa da non sottovalutare: da qualche anno a questa parte, generalmente, l’amministratore non è un abitante dello stabile in questione. Ché sono finiti i tempi della turnazione fra i condomini che di volta in volta in interminabili assemblee dove accadeva di tutto e di più venivano chiamati a eleggere il più blasonato fra loro, o quello che loro credevano essere il più blasonato, viceversa il più sfortunato o sgangherato, o quello che loro credevano il più sgangherato o il più sfortunato, cui non rimaneva altro che fare l’amministratore del condominio per riuscire a sentirsi buono a qualcosa, riuscendo a convincersi (ogni tanto anche a convincere qualcun altro) che amministrare un condominio (specialmente medio-grande) possa essere una via di mezzo fra una banca e una squadra di calcio, magari di provincia.
Ormai niente più tifo e/o campanilismo, ché purtroppo siamo sulla via della consulenza esterna. E i sogni di un cittadino (proprietario più che inquilino) di poter un giorno diventar l’amministratore del proprio condominio non fanno più capolino. Si può sempre sognare, tuttavia, di amministrare in un’altra via…
Ora che abbiamo una conoscenza pressoché perfetta della figura dell’amministratore in genere e di quello del mio condominio in particolare, il che, come abbiamo visto, coincide quasi sempre e per tutti i condomini, siamo in grado senza ombra di dubbio di sapere cosa ci saremo (o saremmo) detti, noi due e chiunque altro.
- Titubanza minaccia mi faccia parlare a me chi me lo fa fare vedremo la ascolto raccomandata citazione causa no però (…)
Così, al finir della telefonata dò una sbirciata al mio cardiofrequenzimetro e, rassicurato seppur indiavolato, preoccupato ma un pochino caricato, mi alzo sui pedali, butto giù un paio di denti di pignone e premo sull’acceleratore. E mentre le gambe mie mulinano direttamente dai polmoni schiudono i pensieri: - ma quello è un maleducato ma chi me l’ha fatto fare di rispondere mi vendo la casa basta cose (o case) in condominio che vita terribile certo anch’io co sto’ cellulare ho fatto scappare la banda alle prime armi è una questione di garbo…
A questo punto mi blocco. Ma non è la classica crisi di fame del ciclista che tutti almeno una volta abbiamo visto piantato nel bel mezzo di una tappa del Giro d’Italia colla faccia gialla e l’ammiraglia accanto col patron che lo incita a gran voce come a un combattimento di galli NO.
Una questione di garbo. Cazzo. Una questione di garbo. (ri) cazzo.
Allora penso che forse non è la giornata ma già la nottata era stata agitata. E si sa che se dormi male ti svegli male ti lavi male ti… male eccetera eccetera eccetera.
Urge un passo indietro.
Ieri sera apro la posta elettronica e trovo una mail della mia fidanzata. Fidanzata a dire il vero la chiama mia moglie che dice cose del tipo: c’era la tua fidanzata, ho visto la tua fidanzata, chiediglielo alla tua fidanzata…
La sa lunga mia moglie.
Comunque la mia fidanzata mi ha scritto una mail dopo un lungo periodo di silenzio.
Il titolo della mail una questione di garbo (…) già non lasciava presagire nulla di buono ma il contenuto è andato oltre le più pessimistiche previsioni.
In pratica ella (la mia fidanzata) si lanciava in una filippica su volgarità, (s) garbo e invadenza. Più una serie di ammennicoli niente affatto piacevoli per contorno. Dissertava su queste cose come se ne avessimo parlato poco prima mentre sarà un mese che non la vedo e non la sento, la mia fidanzata.
Mi sembrava pure che mi attaccasse come se fosse stata punta sul vivo o peggio offesa, come se io il minuto precedente il suo comando d’invio alla mail magari non gliel’avessi voluta dare, o come se gliel’avessi voluta dare insistendo forse un po’ troppo per il suo tentativo di sottrarsi a questa (non sconosciuta) esperienza. Esperienza che io peraltro non disconosco. Poi, fra gli ammennicoli vari era citata - la confidenza che mai dovrebbe trasformarsi in invadenza, dire tutto quel che si pensa…
Intanto, fra l’amministratore prima e la mia fidanzata poi, io pedalavo come un missile e cominciavo a temere che la salita sul monte della mia città di mare fosse troppo corta per tutto quel che mi stava accadendo. E siccome ora, a differenza di prima, non parlavo al telefono e tantomeno in viva voce come son solito fare ma rimuginavo e rimuginavo senza riscontro interlocutore o nessuno che mi dicesse per favore, con mio grande stupore e fra le gocce di sudore si faceva strada un gran rumore. Riecco la banda alle prime armi.
Ringalluzzito dalla musica, dimenticato l’amministratore e le sue (anche mie) beghe, pedalavo con piacere.
Ma in vista del belvedere mi si smossero le viscere. La mia fidanzata. La mia fidanzata.
Già. Mia moglie ha ragione. Era lei la mia fidanzata, naturalmente anche mia moglie lo era stata la mia fidanzata, ma poi, per l’appunto, era diventata mia moglie. La mia fidanzata invece no. Ah, i musulmani i paesi arabi.
La mia fidanzata è rimasta la mia fidanzata.
Una questione di garbo.
Il piacere di tornare a casa di infilare la chiave nel sacramento
Di scavalcare il fiumiciattolo prima di essere azzannato
Economia una parola cui corrisponde un’erezione
Sesto piano se devi fare pipì un sacrificio indiano
Davanti l’ascensore hai il dubbio si sono fottuti la tazza
Ti incateni protesti il funzionamento ordinario della tua testa
Sparecchiando ci si può mettere in conto
Togliere e strapazzarla dal balcone non basta
L’espressione è decisa la tovaglia bianca
Un dirimpettaio ti spara ciaociao dai suoi vetri
Economia una parola cui corrisponde un’erezione
Dal balcone paracaduti sperma sulle teste dei passanti
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