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Costantino Chillura


Sabato, 21 Agosto 2010

 

 

 

               CANTICI   DELLO  STAGNAIO

 

 

 

                                    507.

 

 

 

 

 

                                    tra queste quattro case

                                    anche il silenzio è di paglia.

                                    e il sonno

                                    è ottuso come il muso di un mulo.

 

 

                                    qui anche gli alberi dormono

                                    in piedi, quando i bambini

                                    corrono

                                    tra il frumento e il nulla.

 

 

                                    dormono come le nuvole e le pietre

                                    del camposanto, come l’assiolo

                                    e la sulla, se uno

 

 

                                    dei bambini ogni tanto

                                    si alza in volo

Costantino Chillura


Domenica, 13 Giugno 2010

 

 

            CANTICI DELLO STAGNAIO

 

 

             61.

 

 

 

             obliquo o no

             come un’abetaia

             quando diventa la gamba femminile

             di qualcosa che dorme

             o un istrice

 

              imparava a festeggiare i suoni

              con l’invenzione della ruota

              e l’odore di una scarpa vuota

 

              :

              ”

              non masticare i papaveri, spezzano

              l’olfatto e sono come il sonno

             di quei pilastri esposti al sole

              ”

              ;

 

              a ora di pranzo gli operai

              cercano l’ombra, appoggiano

              la schiena

              contro un pane di brecciolino

              e le gavette sul grembo

              .

 

              solo il più giovane tra loro

              trasporta borracce

              e considerazioni assonnate

              per le strade vuote

              :

 

              da una finestra

              di un’aula

              da un silenzio di vetro

              imparava il mostriciattolo

              il canto a labbra chiuse

               .

              e dal quaderno

              a quadretti

              i quadretti

              dell’inverno

 

               :

               ”

              impara

              a mangiare

              la neve

              aspettando

 

              di imparare

              ad acchiappare

              le mosche

              pensando

 

               ”

               ;

 

               e intanto impara

               il chiasso nel volo

               delle gru

 

               ;

 

               e dalle foschie asiatiche, dorate

               che nei lunghi crepuscoli estivi

               si alzano per coprire le colline

               l’armonia delle fascine nel solaio

               e il sole e il basilico

               nei cantici dello stagnaio

 

               ;

 

               ”

               non pungere con la forchetta

               la superficie dell’uovo fritto

               ;

               non ci troverai l’interno liquefatto

               del tuo viso

               ,

               e nemmeno il nuovo nascondiglio

               del tuo vaso

               da notte

 

                ”

                ;

 

                e intanto

                il celeste

                degli affreschi autunnali

                e delle sacche da viaggio

                colava

                sulle stoviglie

                e sui mercatini tibetani del paese

 

 

               :

 

               ”

 

               un emigrante è una macchia

               che galleggia nell’aria

               .

               l’idea di un bosco

               non è il pensiero del bosco

               .

               e la poesia è difficile

               come la periferia

               :

               è muscolare

               come il sonno

               del pendolare

               .

               di colui che passa

               metà della giornata

               a sonnecchiare

               sulle corriere

               ,

               sobbalzando

               .

 

               ”

               ;

 

               oggi hai alzato la gonna

               della cameriera

               domani alzerai il gomito

               e un giorno vedrai

               ciabattini beoni e beccai

               come usciti

               da una vecchia favola

               già distrutta a teatro

 

               se uno starnuto può liberare

               se vuole una carriola

 

               o riproporre un’ernia

 

               ;

 

               non affidarti alle apparenze

               qui tutti vanno via molto presto

               prima o poi

               gli alberi comunicano

               con le ombre

               le formiche

 

              con le molliche

              e il lupo

              è il segreto

              che lascia le impronte

              nei sogni

 

              :

 

              ”

 

              l’ultimo esemplare fu ucciso

              alla fine degli anni dieci

              più di un secolo fa

 

              e anche quella volta il vento

              sbriciolava le mezze parole

              dei pastori

 

              il prezzo dei vitelli

              alla fiera di prizzi

              e quello di questa

              o di quella puttana

 

              la cera che squaglia

              per tutti, il vino

              e la mortalità umana

 

              .

 

              ”

 

              :

 

              ”

 

              non amare con troppo amore i luoghi

              che appartengono all’ora passeggera

              .

              trascura sempre qualcosa

              o quasi tutto

 

              e quell’ora passeggera

              sarà nuovamente

              passeggera

 

              da passeggera

              nuovamente tornerà

 

              .

 

              ”

 

 

             tu ci sarai ancora una volta

             forse

             ,

             ma non sarà

             lo stesso

             ;

             né tu

             se ancora una volta ci sarai

             sarai

             lo stesso

 

             . ; . ;

Costantino Chillura


Martedì, 26 Gennaio 2010

 

IX

 

 

non sognavo da molti anni,

da molti anni non prendo l’aereo.

 

stanotte ho sognato

che prendevo l’aereo,

e che non era un sogno.

Costantino Chillura


Giovedì, 14 Gennaio 2010

 

VIII 
 

un baciuolo sul collino, il silenzio-ermellino

tra labiali stantie, glosse e codicilli riapparve

una dentatura di fagioline e bufere erbivore, sopra

rughe che si incrociano sul volto di un letto disfatto

linguacciute, scarabocchiate foreste di carne

e di capelli, polveri verdastre di periferie

al crepuscolo 

esco di corsa senza dimenticare l’ombrello

ma poi accanto la pioggia dimentico la pioggia

le nebbie e le pungenti erbacce della grafìa

dove anche il fumo se vuole si muta in aquila

e dove le cancellature ruggiscono sotto discordie

libellulari, con la stizza dei cirri o dei corvi 

il vecchio egitto invece continua a franare

per unghiuti piovaschi, crani sciolti o brulli

sui profondi inverni di certi dormiveglia

spargendo mummie mesmeriche e lampade a gas

e urne giallastre per logorararti garbugli vegetali

o alla deriva, tra ovili ancora scossi

Costantino Chillura


Sabato, 19 Dicembre 2009

 

Un palombaro che si immerge

bisbigliando come un’ortensia

in un livore di bolle, dice

 

nel transito di un giorno precedente

o di una vita

come un albero che ieri o ieri

l’altro si è schiantato sul viale

 

un piccolo naviglio

in argentina

una capretta

in libia

una casetta in canadà

una vecchia poltrona a fiori

in cucina

 

mi dice che

mia madre continua

a stare male

continua, continua

a parlare nel sonno

a muoversi con le ombre

che le proprie dita di bambina

da bambina

le hanno lasciato per sempre sulla faccia

quando le mani di ognuno per ognuno

divengono una capanna per difendersi dal sole

o da un pianto silenzioso, domenicale

in un angololino del pomeriggio

davanti un piccolo altare

o a un tavolino cinguettante, ricolmo

di biancheria, di fazzoletti e

un ferro da stiro con l’asse

che è una lingua

di steppa

con l’ovale di santa teresa

che emerge in salotto

da sotto un centrino

ondulato

Costantino Chillura


Lunedì, 30 Novembre 2009

 

VII

 

l’accordo di un capello ferrato su cupo cemento

su del silenzio stracco e affranto, lunedioso

 

con bolle rosa d’argilla sulle gengive della valle

e aquile d’acqua tra i piedistalli addormentati

 

rovina l’oliosa in doratura di cascatelle

da salotto in arcadia, un cuore disdegnato

 

sulla lavagna della sera, per l’es-empio

 

spazientito, ma come un monaco

si confonde nel respiro del passante, dell’emigrante interiore

Costantino Chillura


Lunedì, 9 Novembre 2009

 

VI

 

scolpire l’antifona col silenzio cinese degli insetti

e la balbuzie di uno spauracchio con le ossa del sonno

 

un fazzoletto di terra con le unghie di bronzo del contado

diventa una tovaglia di peli sulla lingua dei grilli

 

per la testa

e i piedi di piombo

 

un deserto di legno

Costantino Chillura


Mercoledì, 28 Ottobre 2009

IV

stringendo pugni di polvere vedevo le falde
del niente spumeggiare in giallo e verde
sapiente per sé, inaggirabile per quanto vissuto
ma non abitato, per un niente distante dal pensiero
un detto corpo non parla che troppo tardi
ché troppo presto non tanto, per dire, né tanto
meno si fa, quand’anche il fuoco lo ha smesso
di brucare, dicendolo di terreni terrestri in cenere

non voglio la mia parte dice, per non dire
ma per dormire con proprietà tra fosse e scosse
scombinandosi il volto mischiando il falerno
con la neve e con la neve il marmo eterno, se
non c’è bella ebolizzione o divino spavento nei campi
né cinema demolito che agguanti meditazione di papero
ma uomini con occhi spaesati dal silenzio

Costantino Chillura


Mercoledì, 21 Ottobre 2009

II

come una pera io cadevo nel sonno, come un ramo ricurvo, tra mostri e scorie, e imperi in rovina e torrette di cenere in bilico tra i volti, le dita

Costantino Chillura


Mercoledì, 7 Ottobre 2009

I

 

tradire un qualche influsso, un silenzio
nel tonfo, dopo il balzo di una pietra:
un’immobile stria, nel sonoro di un bosco;

si veda, nella stagione autunnale,
come tutto si semplifica, per metonimia,
dalle discordanze che offuscano il tessuto

spettrale, tra ramaglie popolose di bottiglie,
la parola altrui si associa al tutto
sostituendo l’aria deserta con il suo contrario:

il lenzuolo corrisponde a un segno
della tenebra: un chiodo color corvo
all’imprecisione di un diffuso senti senti,

un teschio militare o un colombo, una casa randagia
che si sbriciola per navigare nel pomeriggio di maggio,
mentre in fitte fandonie si rilanciano le accuse

giornaliere alle crepe di ogni volto, nello stesso
tempo, alle montagne più vicine, che brillano
come gelatérie, volando tra piazze e chiazze

d’orobruno, sui fianchi di poggi, su armigeri
sfiniti, evitando di mirarsi sotto il peso
del vino lunare, la sera già scendendo

come una pera io cadevo nel sonno, come un ramo
ricurvo, tra mostri e scorie, e imperi in rovina
e torrette di cenere in bilico tra i volti, tra le dita

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