17.11.988
sogno
mettere ordine in fretta a documenti personali, e anzi, metterli al sicuro fuori dall’ufficio,
dove, lividamente, sta piovendo. intanto i capi gerarchici rinunciano al bar e prendono l’ascensore
per i loro piani alti.
c’è, fuori, nella luce livida, il funerale del carissimo parente-collega sbagliato.
che è anche una processione fuoriluogo da non disturbare.
io sto volando basso per essere puntuale all’appuntamento in collina.
salgo e scendo ma perlopiù salgo a volo radente i vecchissimi muri.
la sera è veloce, larga, freddina. il quartiere arabo è silenzioso, misterioso, minaccioso, labirintico.
comincio a perdermi, viene il buio.
forse voglio perdermi.
ma poi rinuncio a un appuntamento probabilmente inesistente.
mi muovo tra scale scorci incroci dettagli architettonici, nella luce balenante,
a ritroso nel tempo, al limite dell’infarto.
riandandomene m’imbatto nella minuscola casa del cultore di rara fauna marina,
giusto sul limite basso di una zona di villettine elegantissime e inaccessibili,
luci scarse e tranquille, le mura postumbertine del palazzo della corte dei conti
mi fermo alla sua porta, lui mi riconosce subito, non ci vediamo da decermi,
ci sorridiamo, una giovanissima collaboratrice viene fuori e mette in vista,
uno ad uno, pesci, pesci non tanto strani, ne piccoli, ma velenosissimi e un po intontiti,
appisolati, ognuno di tali pesci vale una storia di lontananze.
la ragazzina, col pesce in mano, sorride, mi guarda curiosa, non smette di parlare.
stanchissimo salgo lo scalone della corte dei conti fino al 2° piano.
un usciere atticciato mi blocca sulla porta, gli affido la borsa coi documenti,
ciondolo li davanti nella luce gialla artificiale. non so più cosa fare.
un fortunato alza la voce, fa l’arrogante. lo buttano fuori in malo modo.