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Se il logos sia in principio,
avido di carne e di materia
- che mastica ingerisce e poi risputa
a cementare inflessibili strutture necessarie -
pago del proprio consistere di sè
del proprio suo riflesso di piacere e di dolore

oppure se il verbo pietoso acconsenta
a tessere iridate ragnatele
per occultare - e indirettamente segnalare -
suppurazioni squarci verminai
calchi di ciò che adesso non è più
o che non è ancora
che forse mai sarà del tutto propriamente

è certo una questione
che in sè già ha manifesta la propria soluzione,
e tuttavia voleva doveva essere posta.
Ma ancora intorno pulsa sottotraccia
una sfatta venatura di rimorso
di colpa
che ne inficia l’evidenza.

 

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Pubblicato in Domenico Conoscenti, Inedito |

Enzo Patti


Gen

24

 

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Pubblicato in Arti Visive, Enzo Patti |

Questo è il suo cuore e non le occorre altro a definirlo. Né adesso riesce a immaginarlo in mansioni che non siano questa, perché da tempo ha ridotto le sue funzioni all’essenziale, ossia, bastare al suo mestiere originario: tenerla in vita. Seppure dura, ma in apparenza, questa è la sola verità che la riguardi. Considera meraviglioso, dunque, avere smesso ogni desiderio. E commovente che bestie come gli uccelli si ostinino a ripetere i rituali del corteggiamento. Lei, infatti, ultimamente si sente solo parte della sua anatomia.

 

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Pubblicato in Gaetano Altopiano, Inedito |

 

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Pubblicato in Alfonso Lentini, Arti Visive |

Gerusalemme anno zero

Il Venerdì ebbe inizio

facendo cenno

di piantarne il corpo sul Monte.

Uscirono di casa

per vedere

come fosse il sangue

di uno che fa miracoli.

Portarono anche figli e moglie.

Il ghigno copulava

con l’insolenza di Caino.

E fu un commercio senza utile

legato da un filo come vertebre

stazioni

di un Cristo scalzo,

oberato di pregiudizio.

per cui

tra il tintinnio dei denari

la testa quadrata del chiodo

affondò in tre dita di carne.

Perché l’unico abisso

dove ricacciare quella follia

fu la follia stessa

della mano

che impugnata la rotta

ne trafisse il costato.

Dunque preghiamo
 richiedendo la dovuta sostituzione

di quella degenerazione.

Per le sferzate, i tagli sulla pelle

il disordine da macello

e l’ingordo piovasco di sangue

che ne disfò la carne a brandelli,

preghiamo.

Accanirsi a quel modo

con l’orgoglio 
di aver ritagliato nel corpo di mio Figlio

un bersaglio.

Con colpi assommati a colpi

nella matassa di quel massacro.

Preghiamo

per chi applaudì

quando lo sguardo

ricadde esausto

credendo

che uccidere il nostro Rabbi

fosse già di per sé

un miracolo.

Per il sangue

e la porzione di quel calice

che ne raccolse la consolazione.

Preghiamo

per Chi sconfitto nella carne

coi fianchi nudi

lungo la trave

posò tra l’antro delle spalle

le fondamenta dell’altare.

E ammiriamo
 cosa può dunque un corpo.

E come nonostante i chiodi

si sostiene la Sua voce.

 

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Pubblicato in Inedito, Sebastiano Adernò |

Michele Lambo


Gen

12

 

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Pubblicato in Arti Visive, Michele Lambo |

1974

cerimonia forse notturna con molti invitati
tra gl’invitati molti conoscenti con famiglia - pochi amici
il rinfresco si svolge in un lungo ambiente scarsamente illuminato
l’oscurità suggerisce un parlottare sussurrato intimo ininterrotto
girellando tra sconosciuti m’imbatto in un famoso critico musicale
“mi scusi lei è…?”
sorriso compiaciuto
“è così”
è assai più giovane di quanto mi capitava di pensare leggendolo - più giovane e più alto e robusto - è continuamente tallonato e accudito da un ragazzo
cerco da bere ma le bottiglie sono tutte vuote
le mie donne di casa (consorte e figlie) sono scomparse
cercandole perché s’è fatto tardi finisco in un altro lungo ambiente tale e quale il primo ma con molti bassi e comodi lettini e divanetti
il tutto nella stessa semioscurità tiepida intima
persone che sussurrano e riposano abbandonate semidistese accostate
trovo una ad una le donne le riunisco e via
saluto in fretta quando li distinguo conoscenti e amici
quasi sull’ingresso rivedo il critico e il ragazzo - stanno andando via
con petulanza infantile suggerisco al critico in un orecchio di ridurre lo spazio che solitamente concede a mozart
altro suo sorriso
le donne e io siamo fuori

è mezzo pomeriggio
c’è una luce chiara che cade obliqua da ovest
le facciate gialline e rosate delle case basse emanano una tiepida ansia
dopo una passeggiatina frettolosa di pochi minuti raggiungiamo il posteggio a pagamento
altri come noi reduci della cerimonia hanno già dato il loro talloncino a gl’inservienti-posteggiatori - sono li e aspettano
il servizio è piuttosto celere
ma quando arriva il mio turno cominciano gl’intoppi
una chiacchierata incomprensibile dell’inserviente che s’infila il mio talloncino sotto la camicia e intanto prova a giustificarsi
lo sollecito e lui mi da una brutta occhiata - si allontana con riluttanza scocciato
intanto più in la si sviluppa un contenzioso tra alcuni che aspettano e un paio di tipacci
inopinatamente intervengo
ne viene fuori a bocconi smorfie ammicchi una sgradevole storia di feste malcondotte ma preventivamente e profumatamente pagate - di coretti che dovevano allietare e non si sono ascoltati ne visti
e perciò ora una vera e propria festa si sviluppa li dove siamo tutti noi a parlarne
e questa è allegra benfatta e c’è un coretto di ragazze in costume che ondeggiano e alzano la gamba
mi ricordo a un tratto della mia macchina e cerco l’inserviente che però non si vede
il viavai delle macchine che arrivano e che vanno via non si interrompe
nessuna notizia della mia
spazientito decido di andare a cercarmela da me
il garage è sterminato e la cosa mi disorienta
guardo scruto mi sposto
gruppi familiari che arrivano altri che quasi fuggono
luce vivida di tramonto
stanco e infuriato torno indietro
trovo che le donne non sembrano minimamente preoccupate
mi calmo - penso che probabilmente mentre fuori me la spassavo in quella festa canterina improvvisata l’inserviente ha già recuperato la mia macchina
e questa dunque dovrebbe essere li a pochi metri di fronte a noi
da qualche parte

 

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Pubblicato in Gaetano Testa, Inedito |

 

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Pubblicato in Alfonso Lentini, Arti Visive |

Poi veniva l’autunno.
E poi anche l’autunno passava.
E quando anche l’autunno passava veniva l’inverno.
E quando veniva l’inverno qualche volta nevicava.
E quando qualche volta nevicava nevicava a lungo, qualche volta.
La neve cancellava quasi tutte le apparenze, e il mondo era nuovo di nuovo.
La vita sembrava di nuovo un grande foglio fresco e bianco, dove le orme dei
cacciatori e dei bambini si confondevano con gli sguardi di tutti, o di quasi tutti.
E anche gli sguardi di tutti, o di quasi tutti, si confondevano tra loro, perché tutto, o quasi tutto, sembrava nuovo di nuovo.
E questo perché la neve aveva cancellato tutte le apparenze, o quasi tutte.
E quasi tutte le apparenze cancellate dalla neve, in un mondo che non era stato ancora cancellato dalla neve, erano tutto per tutti.
O quasi tutto per quasi tutti.

 

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Pubblicato in Costantino Chillura, Inedito |

 

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Pubblicato in Arti Visive, Emanuele Diliberto |

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