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Pubblicato in Arti Visive, G. d'Alessandro |

 EMBOLI E INCUNABOLI A ORNA

 

 

falcetta mazzapicchi arnesi ornesi se ne stanno a ornare tra i

radi trespoli nella pancia del professore che ogni tanto sospira

e stura dalle nari gemitini ciripà erutti in loculi cigliati

sbadiglioni sopra questi vecchi libri bombati da direttissima

pioggia che vorrebbero parergli fondoschiena a schiera di

signore ignare di cultura ma colte di bastonature intanto che

un giorno nasce e uno se ne sottrae perché i conti a Orna

tornano solo se pensi essere già morto a torto

 

il professore dice quale anemia ragazzi se schizzi

insanguinano l’occhio mentre l’altro brilla coi tuoni

scommesse voglia di smorfie liquidato e anche congelato il

mondo di Orna non dobbiamo dice che finché ci è possibile

scuotere i cultori emettere affermazioni sulle quali essi

possano riposare non piantare grane per guadagnarsi il pane

le analisi i giudizi ingrati in riunioni costipate attrezzarci al

sonno e sparare virgulti ai troppo vivi cicisbei dell’affanno

per le fatiche del

 

nell’altra metà del

professore fioriscono pustole starnutano

fillossere si radicano pidocchi dentro i peli degli occhi con ogni

mezzo che qui a Orna da un pezzo hanno tentacoli calzari

sussidi di viticci e tratta di magliuoli amorini barocchetti

eretti sui peni fumiganti quando il professore ne sfogliasse

qualche pagina e quelle gli si aggrappano agli occhiali lo

impolverano di massime della real commissione sciogliendo

la seduta al tocco musicale

 

si alza e sente lagnarsi lo scirocco non lasciarci la laguna è

verde il verde è lagunare funghi parietarie tessuti in ambra

ornese quaglie vecchie inghiottono pallettoni poi non possono

più violare io sono golosa professore e il professore voltandosi

ci cade senza sorriso con un vasto tramestio e fibrillazioni

canore dentro il cuore però ancora giovane di aggettivi che

sua maestà il callo del suo plantare sinistro evoca o invoca ma

non sa ignorare

 

aperto lo specchio dell’armadio si dirige alla consolle per

conoscersi il didietro scorge la figlia alla gruccia con le calze

fucsia il vento rivoltato la testa spremuta dalle contrazioni

due lettere una caro padre due caro marito in una busta di

naftalina Orna 8 aprile senza anno un danno non capire

quando se dopo quel gingillo che suonava dentro le sue carni

o senonché prima

 

muchetto virgolettato da afta epizoica sfereoricordo inneva

le ghiandole carta tra le dita piuma via come le fragole in

una bocca del professore non piace inconsistente nelle riserve per

le competenze di bordo come pure saranno determinate o

nelle condizioni in cui saranno mantenute ma aspirare

cannabis Ornia o risolversi a uscire dalla tana piano però

perché piano però perché fuori tutto piace di morti perché si

cosparge di floriane pruriginose un po’ languide

domestiche condominiali

 

‘cca nun ci sta nisciuno professore alberghi codici né leggi

né decreti e rileggi Orna 8 aprile dove sarà quando sta la patta

safena l’ha risucchiata china sino a un momento fa per

spodestare la resistenza degli inchiostri calibri di vita benzina

dei suoi studi nù fondoschiena insomma un risucchiarsi

pieno portentoso sino oltre la coglia che falcetti mazzapicchi

arnesi ornesi se ne stanno a domandarsi dove come a Orna

 

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Pubblicato in Francesco Gambaro, Inedito |

 

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Pubblicato in Andrea Celestino, Arti Visive |

 

 

 

 

Sequenze di grafemi

referenti traslucidi

che in controluce svelano

un nucleo oscuro e informe.

 

Paura incontrollata        

di abbandonarsi

sottile alterigia

sta nella sofferenza

la tua presunta franchigia.

Tiepida bramosia

avviluppata ingordigia

di consistere

per te e i tuoi desideri

più reali e più veri

della tua esistenza

che nella reticenza si consuma

destinata a una perenne evanescenza.

Ti illudi di poterne uscire vivo

dietro ti lasci

pezzi di carne morta

pagine rapporti parole

che di luce propria risplendono

staccatisi da te.

 

Tu resti l’ombra smorta invece

di un te stesso

che non è mai esistito

ombra da sempre

priva del corpo

che la proietterebbe.

Invisibile impotente

inetto inaccessibile

(a sé innanzitutto)

inabile incapace inutile

imbelle invivibile imbecille

e - ciò che è molto peggio -

del tutto inattuabile.

La trista conclusione è che

per la tua perversione

del tutto demodè

conciossiacosacchè

non manchi certo di tribolazione

rimedi veri e propri

purtroppo non ce n’è.

 

Ti sforzi di sorridere

e lacrime ti graffiano la gola.

Ma niente - e tu lo sai -

ti può oramai salvare.

Le macchie si moltiplicano

sul dorso delle mani

e le gengive esangui

rapide si ritraggono.

L’ultima spes ottusa

è di sdoppiarti a volte

per un abbraccio denso

di compassione

prima della manciata di terra

schiaffata nella bocca

con cui si chiude pure

la presente filastrocca.

 

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Pubblicato in Domenico Conoscenti, Inedito |

 

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Pubblicato in Arti Visive, Momo' Calascibetta |

Alda Pane


Feb

5

 

ll pensiero come animale. Lasciarlo.

Libero. Lasciarlo libero.

Lasciarlo.

 

Ciò che voglio è ciò che non voglio.

Essere il verbo essere.

Situarmi in una mia propria frase.

Nel posto più scomodo meno probabile.

In ciò che differenzia un verbo da una congiunzione.

L’accento, lo scivolo su una vocale.

Un punto appena più lungo di un punto.

Inclinato insicuro.

 

Non sono un cinese e non sto tornando a casa.

 

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Pubblicato in Alda Pane, Inedito |

 

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Pubblicato in Accursio Truncali, Arti Visive |

 

Delicatezze.

1972

 

 

1- di lei ho già detto a me stesso che è più brava a leccare il culo che a tenerlo in bocca. sarà sensibilità dell’ano o eccitazione della lingua, al succhio la lingua è morbida, all’ano le papille si distinguono una ad una come ingordi microcazzi. ed è un piacere, mio re, mi creda.

 

 

 

2 - la prima entrata dopo giorni e giorni di astinenza le fa stralunare lo sguardo e velarlo. qualcosa di molto vicino a certe espressioni iconiche della fine del ‘500, di madonne è ovvio.

 

 

 

3 - urla e strepita che non lo vuole nel culo quando è duro. e i suoi urli e strepiti l’ammosciano un po. così, insistendo penetra meno dolorosamente ed entrando s’indurisce e s’ingrossa. e così, poi, lei, frenetica, lamenta il fatto che non glielo metto mai nel culo.

certe volte è dominata dalla paura di scacazzarmi addosso. allora, legati, ci conduciamo in bagno e ci guardiamo allo specchio

in genere finiamo col sentire freddo.

a lei intanto si piegano per la dolcezza le ginocchia. io non sono forte di braccia. si torna inevitabilmente a letto.

ma appare difficile variare. e non c’è molto da indagare.

resta da valutare la crescente e stupefacente e gradevole velocità del metterla e rimetterla dentro mentre lei si va inventando le posture meno comode e per me meno agevoli. e guardarsi analiticamente la cosa.

a un tratto dice ‘dovresti fare una fotografia li, ora.’

che lo dica a me pare meglio della fotografia.

niente peti alla folgore. sarà che questo mio cristo non è mostruoso.

 

 

4 - tutto normale anche quando le faccio male

( ) e mi fermo. dice subito ‘no, continua’.

se poi le faccio ancora più male ( ) miagola ‘oh cosi vengo subito se continui’.

 

 

5 - certo c’è l’esperienza diretta, si. farle fare le cose che ancora non fa. valutare la portata della sua docilità, delle faccende che più immediatamente l’accendono e come e perché e dove e quando.

spesso dimentico che a me non era mai successo, e allora m’annoio.

 

 

 

***

 

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Pubblicato in Gaetano Testa, Inedito |

Enzo Patti


Feb

2

 

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Pubblicato in Arti Visive, Enzo Patti |

 

Lost in space

 

Tra i poeti oggi attivi in Italia Paolo Guzzi è senza dubbio, oltreché il più schivo e

insensibile alle mode letterarie, uno dei più naturalmente dotati non meno di respiro

speculativo che di perizia tecnico-formale. L’aficionado sa bene che nelle sue mani

la lingua poetica è sempre stata prodigiosamente duttile e mansueta, ma in questo

nono libro ° ha consistenza d’argilla: tesse trame, fabbrica mondi, innalza scenarî,

plasma tipi, evoca/finge stagioni storiche, verga diarî di bordo e testamenti, illu-

mina tracciati (guardandosi ovviamente dall’additare mete, fedele al proprio statuto

perentoriamente scettico e problematicistico), travalica generi e registri accordan-

doli in un flusso gagliardo e costante in cui alto e basso, colloquialità e lirismo,

pathos e sliricazione coabitano senza il benché minimo attrito («Da molti decenni

mi chiedono: “sei parente?” / allora non rispondo nemmeno, mi piacerebbe essere,

/ la moto che rossa si distende sul filo della strada/ in campagna: “sei parente?” No,

di certo, ma cosa conta? / Avrò scritto centinaia di poesie e pochi le hanno lette: /

nessuno mi chiede mai dei miei versi»).

Il tutto all’insegna della dialettica senza sintesi, della crisi perpetua, e si dica pure

dell’ossimoro - questo il nucleo della poetica guzziana sin dagli esordî -, perché

la sua è bensì arte dell’effabilità e dell’onnipotenza espressiva (come anche prova

il verso lungo tra Pavese Whitman e Ginsberg, a ictus irregolari, insaziabilmente

ragionativo), ma sgorga da sentimenti dominanti di segno diametralmente opposto:

l’invidia del volo, la coscienza di non saper consistere, l’orrore senza fine di sé e

della propria inettitudine ad avvitarsi in un mondo tanto aborrito che rabbiosamente

amato.

Non silloge ma poema scandito in trenta sezioni, pur del tutto autonome nella

loro compiutezza, Sperduti nello spazio è il ‘romanzo’ insieme brioso e straziante

della tensione spezzata e della brama inappagabile, interpretato da diciannove avatar

cui l’io narrante assegna la missione di vivere le mille esistenze a lui negate («rico-

mincia una nuova vita, un’altra, nella mansarda / o presso la libreria Shakespeare and

Company: / segui la festa mobile, fuma la prima sigaretta, / bevi il primo calvados,

rabbrividisci per il primo amore, / giovane e sano, trasgredisci e delinqui, / ruba nel

supermercato la rosea scatoletta di salmone, / e nel negozio le opere complete di

Flaubert»; «sei il pellerossa / che scocca la freccia, sei la freccia che colpisce, / sei

colui nella spalla del quale la freccia si conficca, / sei la spalla, dolorante e rotonda,

/ colpita dalla freccia»). Con che intensità e resa poetica sia il lettore a toccare con

mano.

 

° Sperduti nello spazio, Lecce, Manni, 2009.

Da ” Fermenti “, XXXVIII 2009, 234, fasc. 2

 

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Pubblicato in Gualberto Alvino, Molteplice |

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