Genbraio. 3.
Ammesso e concesso, sebbene per correttezza occorre precisare che resto fermamente convinto del contrario, che, almeno una, una volta sola, qualche ipotetica luce diurna sia, dopo essere riuscita a penetrare - cosa quest’ultima, lo ribadisco, che personalmente ritengo non difficile ma addirittura impossibile - e in un secondo tempo lemmelemme a lacerare ed infine in quattro e quattr’otto sbaragliare l’accecante tenebra che qui dentro avvolge e soffoca ogni cosa, a prescindere da un indizio inequivocabile quale può essere una travolgente sonnolenza che si sta alla sorda e alla muta impadronendo di me, so che è gia notte. Ma indipendentemente dalle mie intuizioni, sull’infallibilità e veridicità delle quali chiunque volendo potrebbe certo avere qualcosa da ridire, va segnalato che già da parecchio tempo e, a volere essere più precisi, in concomitanza al primo manifestarsi in me del convincimento che stesse per annottare, ogni cantuccio vicino o remoto ha tosto iniziato a risonare d’avvilenti uggiolii, d’animaleschi digrigni e, e prepotentemente più forte di ogni altro rumore, di febbrili raspii. Un ossessivo grattagratta d’artigli che, nonostante non si riesca a distinguere un tubo ad appena un palmo dal naso, mi ostino a volere ad ogni costo bianchi di un bianco immacolato. Artigli di sicuro ormai sbeccati che si accaniscono contro l’odoroso legno della porta d’ingresso sbarrata davanti alla supposta impenetrabile oscurità notturna, con la manifesta volontà di mettere a nudo ingarbugliati nodi che a ruota libera sbocciano come per incanto sotto gli spessi strati di smalto stagionato e che, senza dir ‘ciu’ , subitosubito sfioriscono. E se con stizza puerile, divenuto (a comando) ” tutto sguardo”, provo a forzare un po’ più convintamente il tenebrore crescente allora credo di vedere …, anzi, distinguo nettamente i cinque solchi , arcuati e paralleli, che sfregiano irrimediabilmente l’angolino in basso, quello giusto sopra la maniglia, della porta e, sempre se lo voglio, riesco persino a quantificare - io che non ho mai avuto alcuna stima per chi immancabilmente tende a fare d’ogni cosa un ‘quanto’ - fino a che i numeri mi accompagnano, quei trucioletti leggerileggeri, a virgoletta strettastretta che precipitano giù crepitando e (che) una volta sul pavimento, sospinti da paffute correnti d’aria, cominciano a scorazzare a tutta birra avanti e indietro lasciandosi dietro un inestricabile intrigo di lattescenti fosforescenze… All’improvviso una mano, no, una zampa, la ‘Zampa’ raggiunge furtiva i ferruginosi chiavistelli e sveltasvelta, uno dopo l’altro, uno per volta li disserra con facilità, poi con una manierosità superfluamente eccessiva, armeggia per un bel po’ attorno alla maniglia palpeggiando, solleticando e, contemporaneamente, spingendo ora questo ora l’altro battente finché entrambi non si spalancano verso l’esterno. In questo preciso istante, l’irsuta silhouette curva della lunga coda canina esce dalla stanza e si perde nel tenebra notturna. Distolgo lo sguardo attonito dalla porta. Fisso fissofisso l’irragiungibile soffitto … solo ora mi accorgo sgomento d’essere rimasto per tutto questo tempo disteso immobile sul gelido pavimento. Stiracchio le braccia intorpidite. Le allungo ben oltre le robuste sbarre di una testiera immaginaria e nel mentre affondo entrambe le mani con le dita comprensibilmente contratte in un popolarissimo gesto apotropaico fra stoffe sfruscianti, borbottanti zanzariere, sboffeggianti reti per la pesca d’altura, ancheggianti amache, liane … I piedi invece, da vere creature del Sogno, sfiorano appenappena, tanto vanno veloci, gli umidori saturnini della sabbia e si allontanano dunedune. Più e più volte un ululato mannaro omaggia la Bianca Signora. Più tardi, sarà proprio la numinosa luce lunare con la complicità di bavose oscurità e di grassi lombi d’ombra a divellere con algide spallate i battenti. Ma oramai un russare golanasale, ad un tempo pacato e agitato, scuce e ricuce qua e là sopra le gessose asperità delle pareti quel che rimane di un silenzio ambiguo, imbarazzante
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Perché devo essere più sereno se non sono sereno
Mi serenano le grandinate gli sconvolgimenti familiari
I terremoti talvolta benemeriti succedanei della guerra
Mi serenano le donne che si chiamano serena o rosa
Non ho portato l’ombrello STAMATTINAPIOVE questo mi serena
Il buondio motto ci mette di suo sputandomi gocce di succhero in faccia
Se ricordo mio padre ricordarlo come un ricordo non gli farebbe onore
Un figlio non ricorda il padre
Chi si rimpiazza scrivendolo nel curriculum non onora il padre
La 1500 me la negò la prima notte in cui avrei potuto scopare
Avrei dovuto frustarlo diliscarla quella specie di sarda salata
Ma di notte in via lamarmora dove diliscano le sarde ci stavano i lupi
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GLI ALIENI DEL CONTE LEOPARDI
Il conte Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798. Come si sa, non ebbe rapporti buoni col mondo, a cominciare dal piccolo mondo dei rapporti familiari. La madre, fredda e autoritaria, dedicò tutta se stessa all’amministrazione del patrimonio familiare e quasi nulla diede ai figli in quanto ad affetto. Ben presto, però, il ragazzino si rivelò un geniaccio, tanto che già a dieci anni non ebbe più bisogno di precettori e decise di continuare da solo i suoi studi nella biblioteca paterna. Queste cose sono risapute, ma non tutti sono a conoscenza del fatto che fin dalla più tenera età ricevette visite da un piccolo disco volante massonico proveniente da un pianeta situato nei pressi della stella Aldebaran.
Invisibile ai più, nottetempo, questo disco volante planava ogni tanto su Recanati, sfiorando come una piccola luna i tetti delle case e rivelando con il suo dolce e chiaro lucore il profilo sereno delle montagne. Ondeggiando piano nell’aria e senza fare rumore, andava poi a posarsi sul davanzale di una finestra della casa Leopardi, una di quelle della biblioteca. Le dimensioni del disco erano tali che il davanzale costituiva una buona pista di atterraggio, un cosmodromo in miniatura. Nel disco si apriva poi una porticina e usciva fuori un omino che si intratteneva a lungo con il ragazzo, mentre gli altri nella casa dormivano. Giacomo aveva una grande facilità nell’apprendere le lingue. Aveva imparato in un batter d’occhio il latino, il greco e persino l’ebraico, dunque non ebbe difficoltà a capire la lingua degli alieni.
Suggestionato da quegli incontri, scrisse una storia dell’astronomia. E questa è una prima prova di quanto andiamo affermando. Se non avesse avuto contatti con extraterrestri, quando mai avrebbe potuto concepire l’idea di scrivere una storia dell’astronomia?
Il piccolo disco volante, essendo massonico, lo iniziò presto al culto della Ragione e lo avvicinò alla pericolosa filosofia illuminista.
In verità Leopardi non lasciò alcuna testimonianza esplicita di questa sua amicizia con gli alieni. Ma studiando con attenzione le sue carte, e specialmente le migliaia di pagine dello Zibaldone, è facile intuire l’esistenza di questo dialogo segreto. Quei fogli sono disseminati di “ec ec” e di parole abbreviate, e questo dimostra che Leopardi scriveva sotto dettatura. Evidentemente il suo ritmo di scrittura era troppo lento rispetto alla velocità con cui le parole erano pronunciate dal suo interlocutore. Bisogna inoltre considerare che l’alieno dettava nella sua lingua e Leopardi prima di scrivere doveva tradurre in simultanea.
Altra prova è l’eccessiva quantità di concetti: una moltitudine di idee, una sorta di assalto. Si ha la sensazione che l’autore scriva mentre pensa e che la pagina sia uno specchio fedele, una registrazione in presa diretta della ressa di concetti che si sta svolgendo nella sua mente. Impossibile fare le due cose contemporaneamente: scrivere e pensare. La verità è un’altra, e tutta massonica: Leopardi scriveva, l’omino del disco volante dettava.
E tutta quella familiarità con la Luna? Come si spiega, senza ricorrere al rapporto con gli alieni, tutto quell’insistere (persino fastidioso, a volte) sulla silenziosa diletta vergine pensosa Luna?Tutta quell’ossessione sull’incombere del satellite sui nostri cieli? C’è una spiegazione molto semplice ed è strano che nessuno studioso l’abbia mai presa in considerazione: gli alieni avevano una base lunare da dove decollavano per raggiungere il nostro pianeta, compresa la casa Leopardi.
Una volta, a causa di qualche avaria, il disco sbagliò manovra e nell’atterraggio, invece che sul solito davanzale, precipitò in giardino con gran fragore e conseguente spavento del giovane che dell’episodio lasciò un’impressionante testimonianza scritta dove però al posto della caduta del disco volante (di cui non voleva rivelare l’esistenza) parla della “caduta della Luna”. Un facile espediente retorico, una sorta di metonimia (il personaggio è sostituito dal luogo di provenienza). L’evento inoltre, per confondere ancora le carte, viene presentato come un sogno.
“Me ne stavo alla finestra - così più o meno inizia il racconto - guardando in alto”. La situazione è esattamente quella descritta in precedenza: Leopardi se ne sta alla finestra, ma guarda il cielo in attesa del suo amico alieno che abitualmente atterra nel piccolo cosmodromo del davanzale. “Ed ecco a l’improvviso / distaccarsi la luna”. In questi versi naturalmente sta parlando del disco volante che proviene dalla Luna, ma nel sogno “diventa” esso stesso “Luna”.
“Sembrava che stesse per cadere - aggiunge poi il poeta - perché si ingrandiva progressivamente; a un certo punto la vidi precipitare in mezzo al prato”: ecco, questo è il riferimento esatto all’avaria del disco volante, le cui dimensioni come sappiamo erano modeste. E infatti il poeta specifica che la presunta Luna, vista da vicino, “era grande quanto una secchia”. Ne dobbiamo dedurre che Leopardi ha assistito alla caduta della piccola astronave.
Ma non è finita qui. L’oggetto, prosegue il testo, schiantandosi al suolo “vomitava una nebbia di scintille, e sfrigolava così forte che sembrava carbone vivo appena immerso nell’acqua”. E poi, “annerando a poco a poco”, si spegneva immobile in mezzo al prato, bruciando l’erba d’intorno.
Evidentemente qui si sta parlando di un oggetto metallico surriscaldato da un qualche incendio al punto da ustionare il suolo nella caduta.
Ma la prova schiacciante che non della Luna si sta parlando, ma di un semplice disco volante, arriva verso la fine della composizione: dopo aver assistito alla caduta del misterioso oggetto, Leopardi torna a guardare la calotta celeste, e vede con raccapriccio che là dove fino a un momento prima era incastonata la Luna, era rimasta una sorta di cicatrice: “come un barlume, un’orma, anzi una nicchia”. E conclude: tanto forte fu lo spavento che “io ne agghiacciava e ancor non m’assicuro”.
Cosa ha visto in realtà? Risposta semplicissima: il barlume non era altro che l’”astronave madre” dalla quale (come il celebre Lem della capsula Apollo), si staccava il piccolo velivolo destinato scendere a terra per i colloqui con il poeta.
Pietro Giordani, l’intellettuale che per primo entrò in contatto con Giacomo attraverso una fitta corrispondenza epistolare, non venne mai a sapere di questi segreti colloqui, anche se per tutto il resto il giovane poeta apriva il suo cuore all’amico con la massima sincerità. Niente venne a sapere l’altro grande amico, Ranieri, che lo portò con sé a Napoli e lo assistette sino all’ultimo momento della sua vita.
Eh, ma i segreti prima o poi vengono a galla.
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4 giugno’74
riunione notturna in una grande sala rettangolare con volta bassa e piatta luci tenere folla di alcune centinaia di persone (età media 30/38 anni) accomodate su poltroncine nere di metallo altre in piedi lungo i quattro lati
parlottare diffuso cordiale
non capisco che avvenimento sia ma intanto si viene svolgendo una specie di sfilata con prova di voce a un microfono su stelo - prova di voce con battuta
ci sono quelli che si distinguono per chiarezza per brillantezza per comicità e ci sono pure campioni della sorpresa
a un certo punto tocca pure a me - e così debbo abbandonare cyllo che mi stava raccontando il suo prodigioso recupero dall’incidente con la moto - mi presentano come il ‘secondo’ dei due grossi campioni presenti in sala
trovo il modo di afferrare syl per un braccio e aiutato dalla folla mobile mi sottraggo alla gara e vado via
syl e io su una potente bmw grigio cannadifucile in autostrada verso casa
tempo tardopomeridiano brutto
luce giallastra acquazzoni frequenti scorrere abbondante d’acqua fangosa sull’asfalto
devo trovare l’uscita giusta per una conversione - la trovo ma syl mi mette sull’avviso - e infatti il sottopassaggio appare pericolosamente allagato
continuo ad allontanarmi da casa
ripasso mentalmente gli svincoli - niente da fare l’unico buono è quello di termini imprese
il tempo peggiora ma qui dove intanto sto correndo non piove
mi fermo attraverso la carreggiata e vado a controllare se c’è qualche possibilità di abbandonare il veicolo e tornare a casa con una corriera - quello che scopro dall’alto terrapieno è uno spettacolo disarmante di cascatelle fangose che precipitano da tutte le parti - gente che salta sopra pozzanghere - sentieri d’acqua vorticosa
apprezzo l’agilità di una signora quarantenne con figlia bambinuccia che mi passano accanto e vanno giù per la scarpata la superano attraversano un sentiero scompaiono dietro una schiera di capannoni bassi
non più sulla bmw ma sulla mia solita utilitaria ripresa la corsa verso termini imerese - dove arriviamo nella luce di un livido tramonto domenicale in un momento di tregua del temporale
fitto andirivieni per le stradine in pavè lustro (è in effetti un paese sconosciuto che ha tutta l’aria di termini imerese)
posteggio in maniera obliqua
incuriositi dal fervore paesano syl e io giriamo un po per negozi poi per non far tardi torniamo verso la vettura
a un tratto ho davanti un signore che ha al guinzaglio un cane color miele di castagno robusto basso lungo con muso e testa di ghepardo che viene avanti strattonandolo con forza - ha ai lati due gatti che lo venerano miagolanti
il marciapiedi è stretto e io non so come difendermi dall’aggressività silenziosa e fiutativa dello strano animale che tenta persino di addentarmi i pantaloni - non è propriamente feroce ma è irremovibile e accanito e il padrone non riesce a controllarlo
minaccio ad alta voce di ucciderlo se non mi viene tolto di dosso - infine gli stringo il collo con tutte e due le mani
ma non credo di poterti raccontare come e il tempo impiegati per soffocarlo - con dispiacere e stupore del padrone di alcuni ragazzetti presenti di syl e mio
nuovamente in macchina
ho problemi per liberarmi dalla posizione in cui avevo posteggiato
un enorme flusso d’acqua mi trascina indietro
con fatica e utilizzando il massimo della potenza del potente motore riprendo il controllo della vettura - trovo una stradina quasi asciutta che va su e l’imbocco
la stradina fa una curva a sinistra - la pendenza via via più ripida rischia di diventare un muro verticale - in cima al quale il bel campanile di una vecchia chiesa gialla
trovo opportuno svegliarmi
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Sostiene che dove la società si evolve da massa a prestazione, la specie progredisce in salute. Parla della città tardo-moderno, dei centri fitness, dei parchi ben curati. La prova è racchiusa nella potenza del passo. Non si sono mai viste gambe più forti, muscoli meglio scolpiti. Lo dice in uno di quei pomeriggi di giugno famosi per i loro trucchetti ottici. Quando la luce mostra cieli incredibili e all’orizzonte sembra passare un gruppo di sportivi. Ma non c’è niente, tranne una linea vuota. Anche la corsa è solo una definizione. Andando avanti, infatti, incontreranno: accelerazione di proteine nello spazio.
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