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EMBOLI E INCUNABOLI A ORNA
falcetta mazzapicchi arnesi ornesi se ne stanno a ornare tra i
radi trespoli nella pancia del professore che ogni tanto sospira
e stura dalle nari gemitini ciripà erutti in loculi cigliati
sbadiglioni sopra questi vecchi libri bombati da direttissima
pioggia che vorrebbero parergli fondoschiena a schiera di
signore ignare di cultura ma colte di bastonature intanto che
un giorno nasce e uno se ne sottrae perché i conti a Orna
tornano solo se pensi essere già morto a torto
il professore dice quale anemia ragazzi se schizzi
insanguinano l’occhio mentre l’altro brilla coi tuoni
scommesse voglia di smorfie liquidato e anche congelato il
mondo di Orna non dobbiamo dice che finché ci è possibile
scuotere i cultori emettere affermazioni sulle quali essi
possano riposare non piantare grane per guadagnarsi il pane
le analisi i giudizi ingrati in riunioni costipate attrezzarci al
sonno e sparare virgulti ai troppo vivi cicisbei dell’affanno
per le fatiche del
nell’altra metà del
professore fioriscono pustole starnutano
fillossere si radicano pidocchi dentro i peli degli occhi con ogni
mezzo che qui a Orna da un pezzo hanno tentacoli calzari
sussidi di viticci e tratta di magliuoli amorini barocchetti
eretti sui peni fumiganti quando il professore ne sfogliasse
qualche pagina e quelle gli si aggrappano agli occhiali lo
impolverano di massime della real commissione sciogliendo
la seduta al tocco musicale
si alza e sente lagnarsi lo scirocco non lasciarci la laguna è
verde il verde è lagunare funghi parietarie tessuti in ambra
ornese quaglie vecchie inghiottono pallettoni poi non possono
più violare io sono golosa professore e il professore voltandosi
ci cade senza sorriso con un vasto tramestio e fibrillazioni
canore dentro il cuore però ancora giovane di aggettivi che
sua maestà il callo del suo plantare sinistro evoca o invoca ma
non sa ignorare
aperto lo specchio dell’armadio si dirige alla consolle per
conoscersi il didietro scorge la figlia alla gruccia con le calze
fucsia il vento rivoltato la testa spremuta dalle contrazioni
due lettere una caro padre due caro marito in una busta di
naftalina Orna 8 aprile senza anno un danno non capire
quando se dopo quel gingillo che suonava dentro le sue carni
o senonché prima
muchetto virgolettato da afta epizoica sfereoricordo inneva
le ghiandole carta tra le dita piuma via come le fragole in
una bocca del professore non piace inconsistente nelle riserve per
le competenze di bordo come pure saranno determinate o
nelle condizioni in cui saranno mantenute ma aspirare
cannabis Ornia o risolversi a uscire dalla tana piano però
perché piano però perché fuori tutto piace di morti perché si
cosparge di floriane pruriginose un po’ languide
domestiche condominiali
‘cca nun ci sta nisciuno professore alberghi codici né leggi
né decreti e rileggi Orna 8 aprile dove sarà quando sta la patta
safena l’ha risucchiata china sino a un momento fa per
spodestare la resistenza degli inchiostri calibri di vita benzina
dei suoi studi nù fondoschiena insomma un risucchiarsi
pieno portentoso sino oltre la coglia che falcetti mazzapicchi
arnesi ornesi se ne stanno a domandarsi dove come a Orna
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Sequenze di grafemi
referenti traslucidi
che in controluce svelano
un nucleo oscuro e informe.
Paura incontrollata
di abbandonarsi
sottile alterigia
sta nella sofferenza
la tua presunta franchigia.
Tiepida bramosia
avviluppata ingordigia
di consistere
per te e i tuoi desideri
più reali e più veri
della tua esistenza
che nella reticenza si consuma
destinata a una perenne evanescenza.
Ti illudi di poterne uscire vivo
dietro ti lasci
pezzi di carne morta
pagine rapporti parole
che di luce propria risplendono
staccatisi da te.
Tu resti l’ombra smorta invece
di un te stesso
che non è mai esistito
ombra da sempre
priva del corpo
che la proietterebbe.
Invisibile impotente
inetto inaccessibile
(a sé innanzitutto)
inabile incapace inutile
imbelle invivibile imbecille
e - ciò che è molto peggio -
del tutto inattuabile.
La trista conclusione è che
per la tua perversione
del tutto demodè
conciossiacosacchè
non manchi certo di tribolazione
rimedi veri e propri
purtroppo non ce n’è.
Ti sforzi di sorridere
e lacrime ti graffiano la gola.
Ma niente - e tu lo sai -
ti può oramai salvare.
Le macchie si moltiplicano
sul dorso delle mani
e le gengive esangui
rapide si ritraggono.
L’ultima spes ottusa
è di sdoppiarti a volte
per un abbraccio denso
di compassione
prima della manciata di terra
schiaffata nella bocca
con cui si chiude pure
la presente filastrocca.
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5
ll pensiero come animale. Lasciarlo.
Libero. Lasciarlo libero.
Lasciarlo.
Ciò che voglio è ciò che non voglio.
Essere il verbo essere.
Situarmi in una mia propria frase.
Nel posto più scomodo meno probabile.
In ciò che differenzia un verbo da una congiunzione.
L’accento, lo scivolo su una vocale.
Un punto appena più lungo di un punto.
Inclinato insicuro.
Non sono un cinese e non sto tornando a casa.
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Delicatezze.
1972
1- di lei ho già detto a me stesso che è più brava a leccare il culo che a tenerlo in bocca. sarà sensibilità dell’ano o eccitazione della lingua, al succhio la lingua è morbida, all’ano le papille si distinguono una ad una come ingordi microcazzi. ed è un piacere, mio re, mi creda.
2 - la prima entrata dopo giorni e giorni di astinenza le fa stralunare lo sguardo e velarlo. qualcosa di molto vicino a certe espressioni iconiche della fine del ‘500, di madonne è ovvio.
3 - urla e strepita che non lo vuole nel culo quando è duro. e i suoi urli e strepiti l’ammosciano un po. così, insistendo penetra meno dolorosamente ed entrando s’indurisce e s’ingrossa. e così, poi, lei, frenetica, lamenta il fatto che non glielo metto mai nel culo.
certe volte è dominata dalla paura di scacazzarmi addosso. allora, legati, ci conduciamo in bagno e ci guardiamo allo specchio
in genere finiamo col sentire freddo.
a lei intanto si piegano per la dolcezza le ginocchia. io non sono forte di braccia. si torna inevitabilmente a letto.
ma appare difficile variare. e non c’è molto da indagare.
resta da valutare la crescente e stupefacente e gradevole velocità del metterla e rimetterla dentro mentre lei si va inventando le posture meno comode e per me meno agevoli. e guardarsi analiticamente la cosa.
a un tratto dice ‘dovresti fare una fotografia li, ora.’
che lo dica a me pare meglio della fotografia.
niente peti alla folgore. sarà che questo mio cristo non è mostruoso.
4 - tutto normale anche quando le faccio male
( ) e mi fermo. dice subito ‘no, continua’.
se poi le faccio ancora più male ( ) miagola ‘oh cosi vengo subito se continui’.
5 - certo c’è l’esperienza diretta, si. farle fare le cose che ancora non fa. valutare la portata della sua docilità, delle faccende che più immediatamente l’accendono e come e perché e dove e quando.
spesso dimentico che a me non era mai successo, e allora m’annoio.
***
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1
Lost in space
Tra i poeti oggi attivi in Italia Paolo Guzzi è senza dubbio, oltreché il più schivo e
insensibile alle mode letterarie, uno dei più naturalmente dotati non meno di respiro
speculativo che di perizia tecnico-formale. L’aficionado sa bene che nelle sue mani
la lingua poetica è sempre stata prodigiosamente duttile e mansueta, ma in questo
nono libro ° ha consistenza d’argilla: tesse trame, fabbrica mondi, innalza scenarî,
plasma tipi, evoca/finge stagioni storiche, verga diarî di bordo e testamenti, illu-
mina tracciati (guardandosi ovviamente dall’additare mete, fedele al proprio statuto
perentoriamente scettico e problematicistico), travalica generi e registri accordan-
doli in un flusso gagliardo e costante in cui alto e basso, colloquialità e lirismo,
pathos e sliricazione coabitano senza il benché minimo attrito («Da molti decenni
mi chiedono: “sei parente?” / allora non rispondo nemmeno, mi piacerebbe essere,
/ la moto che rossa si distende sul filo della strada/ in campagna: “sei parente?” No,
di certo, ma cosa conta? / Avrò scritto centinaia di poesie e pochi le hanno lette: /
nessuno mi chiede mai dei miei versi»).
Il tutto all’insegna della dialettica senza sintesi, della crisi perpetua, e si dica pure
dell’ossimoro - questo il nucleo della poetica guzziana sin dagli esordî -, perché
la sua è bensì arte dell’effabilità e dell’onnipotenza espressiva (come anche prova
il verso lungo tra Pavese Whitman e Ginsberg, a ictus irregolari, insaziabilmente
ragionativo), ma sgorga da sentimenti dominanti di segno diametralmente opposto:
l’invidia del volo, la coscienza di non saper consistere, l’orrore senza fine di sé e
della propria inettitudine ad avvitarsi in un mondo tanto aborrito che rabbiosamente
amato.
Non silloge ma poema scandito in trenta sezioni, pur del tutto autonome nella
loro compiutezza, Sperduti nello spazio è il ‘romanzo’ insieme brioso e straziante
della tensione spezzata e della brama inappagabile, interpretato da diciannove avatar
cui l’io narrante assegna la missione di vivere le mille esistenze a lui negate («rico-
mincia una nuova vita, un’altra, nella mansarda / o presso la libreria Shakespeare and
Company: / segui la festa mobile, fuma la prima sigaretta, / bevi il primo calvados,
rabbrividisci per il primo amore, / giovane e sano, trasgredisci e delinqui, / ruba nel
supermercato la rosea scatoletta di salmone, / e nel negozio le opere complete di
Flaubert»; «sei il pellerossa / che scocca la freccia, sei la freccia che colpisce, / sei
colui nella spalla del quale la freccia si conficca, / sei la spalla, dolorante e rotonda,
/ colpita dalla freccia»). Con che intensità e resa poetica sia il lettore a toccare con
mano.
° Sperduti nello spazio, Lecce, Manni, 2009.
Da ” Fermenti “, XXXVIII 2009, 234, fasc. 2
Tag: Arti, Comunicazione, Gualberto Alvino, Manni Editore, Palermo, Paolo Guzzi, Sicilia, UnduPalermo
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